CAVALIERI  E  DEMONI

Pur essendo molto più antica, Casoria viene citata nelle fonti per la prima volta in alcuni documenti dell’anno 1000. In essi si parla di una “casa aurea raviosa".  Il toponimo deriva, quindi, dal latino “casa aurea”, termine utilizzato fino a tutto il 1300, che vuol dire letteralmente "casa d'oro", riferito molto probabilmente alle grandi distese di grano e alla fertilità del territorio.  Il territorio di Casoria fa parte di una vastissima zona compresa tra l'area aversana e le pendici del Vesuvio sviluppatasi ad opera dei Monaci Benedettini intorno al IX secolo. Il villaggio, tuttavia, è cresciuto in modo significativo a partire dall'XI secolo grazie al monastero benedettino napoletano di San Gregorio Armeno. Dal XIII secolo Casoria fu feudo dell’arcivescovo di Napoli fino al 1580 quando il feudo fu aggregato al demanio regio per poi nel 1631 essere messo all'asta e riscattato dalle circa 300 famiglie che abitavano il casale. 

Di questa lunga storia legata all’attività dei monasteri benedettini rimane una profonda traccia sul territorio. Il nucleo storico di Casoria è un dedalo di strade strette in cui il tempo pare essere fermato e la storia si è complessamente stratificata. In questa area densa e circoscritta sopravvivono molte vestigia del passato in una sorta di puzzle intricato e talvolta complicato da risolvere. Qui sono sopravvissute a lungo usanze e tradizioni altrove scomparse.

Una delle tracce più evidenti di questo passato è proprio il Santuario di San Benedetto.

Le prime notizie certe datano 1542 e si trovano in un documento manoscritto, la cui compilazione è andata avanti per secoli ad opera di varie persone a partire dal 1611, dove si sono annotate le vicende e l’amministrazione della parrocchia. In esso si narra di una visita pastorale, ai casali di san Pietro e Casoria e dunque a San Benedetto, avvenuta il 22 agosto del 1542 del Cardinale Francesco Carafa. 

La costruzione dell’attuale chiesa iniziò nel 1694 ma si arrestò nel 1721 a causa di un grave incendio che compromise la realizzazione dell’iniziale progetto. Anche a causa di difficoltà economiche, la Chiesa terminò con dimensioni e sviluppo più contenuti. La struttura a sinistra della chiesa, ad esempio, doveva essere una cappella della chiesa; finì per essere la sede dall’antica seicentesca Confraternita del Santissimo Sacramento. Possiamo, quindi, immaginare quanto fosse ambizioso l’originario progetto.

Di gusto neoclassico, con impianto a croce greca, questo complesso rievoca tutta la passata centralità della regola benedettina e del suo fondatore Benedetto da Norcia. Vissuto a cavallo tra il V e il VI Secolo, San Benedetto è il fondatore del più antico ordine monastico in occidente (il monachesimo è nato in oriente qualche secolo prima). Grazie al culto di San Benedetto si diffuse anche quello di San Mauro, suo discepolo, diventato poi il protettore di Casoria. Splendidamente manutenuto, il complesso presenta alcune cose davvero singolari in grado di accendere la fantasia e stimolare la curiosità dei visitatori. Davanti alla cancellata della Chiesa, si può ancora vedere, incastrata nel manto stradale, la pietra di confine di marmo bianco che anticamente delimitava il territorio di proprietà della chiesa. Sopra incise tre lettere ancora leggibili, E. S. B., che stanno per “Ecclesia Sancti Benedicti”.   

Nella ricorrenza della festa di San Benedetto, c’è ancora l’usanza di distribuire ai fedeli del pane. Questa antica consuetudine è collegata ad una leggenda collegata al santo; si narra che un confratello invidioso della popolarità acquisita da Benedetto tentò di ucciderlo con del pane avvelenato. Benedetto se ne accorse e ordinò ad un corvo di portare lontano il pane in un luogo dove nessuno potesse mangiarlo e morirne. Nella Chiesa, infatti, c’è una statua che raffigura il santo con del pane ed un corvo ai suoi piedi. 

IL SANTUARIO DI SAN BENEDETTO

In una nicchia sulla sinistra dell’altare vi è uno strano monumento funebre composto dalla figura di un cavaliere, sulla scorta dei  sepolcri medievali (vedi Temple Church di Londra), più alcune lapidi.

Se fosse collocato in una chiesa di Napoli passerebbe probabilmente inosservato, ma in quello che era uno sperduto casale di campagna, posseduto per lo più da confraternite ecclesiastiche, desta a dire poco curiosità. Cosa ci fa a Casoria un cavaliere medioevale e soprattutto perché il simulacro è posto dentro una nicchia, in verticale e non sul pavimento come consueto?

Dalla scritta in volgare sulla lapide posta sul capo della statua

QUI GIACE LO NOBILE GIACOMO

TORELLO DA FANO HOMO DE

ARME VENUTO CON INNOCENTIO

IIII. P. R. IN QUESTO REGNO CONTRO

RE CORRADO NEL

ANNO MCCLIIII

ET IN QUESTA VILLA PER BELLEZA

DE UNA DONNA MARITATO

LASSANDO TRE FIGLIOLI

QUI MORI NEL ANNO 

MCCLXXXI

CASORIA Chiesa del santuario di San Benedetto - Giacomo Torello da Fano

LONDRA Temple Church - Gilbert Marshal IV Conte di Pembroke 1241


apprendiamo che: il nobile cavaliere si chiamava Giacomo Torello, giunto a Casoria nel 1254 al seguito di papa Innocenzo IV, rimasto a Casoria per amore di una donna da cui ebbe tre figli. Qui morì e fu sepolto nella chiesa di San Benedetto nel 1281.



Secondo una affascinante ricostruzione, Giacomo Torello era figlio di Salinguerra, uno dei principali capi ghibellini dell’epoca, legato alla città di Ferrara. Salinguerra ebbe otto figli da tre donne diverse.  Giacomo, nacque dal terzo matrimonio con una certa Sofia, figlia di Ezzelino da Romano. Giacomo aggiunse il cognome Torello in memoria del nonno Torello. Nel 1245 Giacomo fu investito da Federico II dei feudi che erano già stati del padre, che comprendevano una serie di possedimenti sparsi tra diverse province dell’attuale Emilia Romagna. Queste terre erano già da tempo al centro di una accesa contesa tra Papato e Impero. La concessione di questi feudi al figlio del ghibellino Salinguerra rappresentava dunque un affronto, l’ennesimo, al Papato da parte di Federico II. La situazione peggiorò ulteriormente con la morte dell’imperatore avvenuta il 13 dicembre 1250. Così, Giacomo finì per perdere tutti i suoi possedimenti, tornati della sfera del papato. L’unica possibilità per riottenerli era di passare dall’altra parte della barricata, offrendo al Papa i suoi servigi di cavaliere. Il pontefice organizzò una campagna militare approfittando della morte di Corrado I di Svevia figlio di Federico ed il vuoto di potere che ne era derivato (il figlio di Corrado II, il Corradino di Svevia della “cantata dei pastori”, aveva solo due anni). Papa Innocenzo IV arrivò a Fano dove si era radunata una rappresentanza armata per lui. Ed è proprio allora che Giacomo Torello potrebbe essere giunto a Fano, non perché vi fosse nato o vissuto, ma per offrire i suoi servigi di soldato.

Per arrivare a Napoli la spedizione del Papa fece base a Casoria, un luogo strategico poiché a poche miglia dalla città e sulla direttrice delle vie per l’entroterra. Il 27 ottobre Innocenzo IV fece ingresso nella città di Napoli. Tuttavia la spedizione militare papale non ebbe gli esiti sperati. A Napoli il papa si ammalò gravemente e morì poco dopo, il 7 dicembre. Qualche giorno prima Manfredi che era riparato in puglia sconfisse le truppe papali presso Foggia. 

Che ne fu del nostro cavaliere, Giacomo Torello? Sappiamo non tornò nelle terre in cui era nato e vissuto ma si fermò a Casoria. Lì ebbe moglie e figli nonché dei terreni certamente avuti in dono dalla curia di Napoli per i suoi servigi e vi morì nel 1281.

La prova che lui e la sua progenie si siano qui stabiliti la troviamo nella cappella e nel manoscritto seicentesco di cui si accennava, che raccoglie la storia della parrocchia. Proprio qui si fa menzione del lascito alla chiesa di Marco Antonio Torello, uomo d’arme e discendente di Giacomo Torello tra cui 6 moggia di terra sulla via di Caivano.

Anche una lapide della nicchia datata 1688, ricorda che Marco Antonio Torello discendente di Giacomo, che conservava il patronato della cappella dedicata alla Madonna del Carmelo e ai Santi Giacomo e Rocco fondato proprio da Giacomo Torello, nel 1674 aveva lasciato alla chiesa di San Benedetto i fondi necessari a celebrare messe, aiutare i poveri e fornire una dote alle ragazze povere del quartiere.

Questa storia, apparentemente lineare, è in realtà frutto di complesse ricerche dello studioso di storia meridionale Giuseppe Pesce, le cui articolatissime, ma ben documentate, asserzioni sono raccolte nel libro “La storia d’arme e d’amore di Giacomo Torello” edito da Studi Campani, che qui ho dovuto estremamente semplificare e sintetizzare. Se siete interessati a questo ameno capitolo della storia medioevale, vi consiglio vivamente la lettura di questo appassionante libro. 


Altra particolarità del Santuario di San Benedetto che non sfuggirà al visitatore sono le decorazioni in bronzo del portone. Esse sono moderne ma richiamano una antica invocazione legata a San Benedetto. Sono state volute da Mons. Mauro Piscopo che ha guidato la parrocchia dal 1967 al 2011, facendo elevare nel 2010 la stessa a Santuario Benedettino. Poco prima di morire, ha fatto installare le decorazioni, realizzate da Domenico Sepe, sul portone. Esse raffigurano alcune figure, tra cui quelle di San Benedetto e di San Francesco, e la croce di San Benedetto. La cosiddetta croce di San Benedetto è raffigurata solitamente su una medaglia usata da Cattolici Romani, Anglicani, Luterani, Metodisti e Ortodossi. È un segno sacro molto diffuso tra i cattolici, anche grazie all'influenza dei monasteri benedettini. La medaglia presenta su un lato l'immagine di San Benedetto e sull'altro la Croce di Cristo. Sulla Croce ed intorno ad essa, si leggono le iniziali di un'orazione o di un esorcismo. La Medaglia di San Benedetto accorda ai fedeli che la portano la protezione di Dio dal maligno.

Non si conosce quando e dove sia stata coniata la prima medaglia. In un manoscritto del 1415, c'è un'immagine raffigurante Benedetto da Norcia (San Benedetto) che tiene in una mano un bastone che termina a croce e una pergamena nell'altra. Su entrambi vi sono scritti misteriosi acronimi corrispondenti a preghiere in latino contro Satana. Il manoscritto contiene la famosa formula Vade retro satana ("Arretra Satana”). Di seguito il testo latino intero corrispondente alle iniziali e della invocazione, con a fianco la traduzione italiana.

Crux Sancti Patris Benedicti - Croce del Santo Padre Benedetto

Crux Sancta Sit Mihi Lux - La Santa Croce sia la mia luce,

Non Draco Sit Mihi Dux - Non sia il demonio mio condottiero

Vade Retro Satana - Fatti indietro, Satana

Numquam Suade Mihi Vana - Non mi attirare alle vanità

Sunt Mala Quae Libas - Sono mali le tue bevande 

Ipse Venena Bibas - Bevi il tuo stesso veleno


La storia del monachesimo è intrisa di desiderio di purezza, di santificazione, di lotta strenua contro il demonio. La preghiera stessa, ossessiva, cantata, ripetuta giorno e notte è un inno di lode al signore ma anche un esercizio di difesa contro il maligno che continuamente insidia l’animo umano, specie quello dei servi di dio. Alcuni ordini, come i domenicani, sono stati tristemente famosi per aver contribuito alla deriva della caccia al maligno sfociata nel fenomeno della secolare “caccia alle streghe”. Un mondo dominato dalla centralità della religione e dalla paura della morte, dalla lotta tra armi e preghiera, tra potere temporale e potere secolare, in cui il demonio recitava la sua rilevante parte.

Quelle parole in bronzo, dal significato apparentemente oscuro,  sul portone di legno verde scuro ci riportano a tutto questo ed a considerare che, ancora oggi, dopo secoli di storia e di progresso scientifico, il bisogno di protezione e il desiderio di certezze ancora ci appartengono e ci aggrappiamo a strane formule del passato come naufraghi nella tempesta. Chi ha visto il recente film dedicato a Padre Amorth, famoso e discusso prete esorcista morto nel 2016, avrà visto Russell Crowe che lo interpretava mostrare una medaglia ad un presunto posseduto; quella medaglia era la medaglia di San Benedetto, considerata ancora il più potente amuleto contro il demonio ed usata negli esorcismi.

Fatevi una passeggiata nel centro storico di Casoria. Non è scintillante ed affollato di turisti in cerca di souvenir e buon cibo come i decumani di Napoli; piuttosto è intricato, oscuro, percorso da inquietanti ombre che rimarranno impresse nella vostra mente. Vi sentirete smarriti, seguiti da inquiete presenze, ma scoprirete infinite meraviglie ad ogni angolo di strada e, soprattutto, in questo percorso non vi mancherà mai la sua protezione, quella di San Benedetto da Norcia.

 

 

 

Dal film: "l'esorcista del Papa" (immagine dal web)

Padre Gabriele Amorth (dal web)