PARTHENOPE, SULLE TRACCE DELLA SIRENA

Megaride, Monte Echia, Pizzofalcone, Parthenope sono molto più che nomi o luoghi, sono parte di una antica e nobile storia in cui realtà e mito si confondono. È come una eco senza fine, un canto ammaliatore che ancora sibila tra le rocce dopo quasi tremila anni.

Chi è Parthenope e cosa rappresenta “per e nella” città di Napoli? 

Il mito è qualcosa con cui l’umanità ha sempre cercato di dare spiegazione alle cose e agli eventi della storia. Dunque, il mito richiama sempre un’origine. Il mito della sirena Parthenope è strettamente legato alla nascita della città di Napoli, con adattamenti e fasi nel corso del tempo che necessariamente semplificheremo.

Prima di fare ciò è necessario capire chi fossero le sirene e che genere di cultura le abbia immaginate.

Le sirene sono presenti fin dai tempi più remoti nell’immaginario umano, come ad esempio nella civiltà degli Assiri. Il legame tra il mondo assiro e le sirene risiede nella dea Atargatis, considerata dalla mitologia la prima creatura mezza donna e mezza pesce di cui si abbia notizia. Divinità principale della fertilità e della luna, dopo essersi gettata in un lago per la vergogna di aver causato la morte del suo amante umano, la dea fu trasformata per metà in pesce, mantenendo però il volto di donna. Questa figura ha gettato le basi per le moderne sirene acquatiche, ben distanti dalle "donne-uccello" della mitologia greca originale (come quelle incontrate da Ulisse).

Nell'antica tradizione greca, prima di essere note come creature marine, le sirene erano immaginate come mezze donne e mezzi uccelli; attiravano i marinai con il loro canto per farli naufragare sugli scogli pronte poi a ghermirli e a divorarli. Avevano anche il potere di scatenare tempeste. Una leggenda greca vuole che la sorellastra di Alessandro Magno, Tessalonica, alla sua morte fu trasformata in una sirena. Visse nell'egeo e quando vedeva una nave avvicinarsi chiedeva ai marinai “è vivo re Alessandro?” e la risposta corretta che questi dovevano sempre darle era “vive, regna e conquista il mondo”. Solo allora Tessalonica augurava loro buon viaggio; qualunque altra risposta l'avrebbe fatta infuriare e le avrebbe fatto scatenare una terribile tempesta.  

Diverse fonti letterarie raccontano che in origine le sirene erano le ancelle della dea Persefone, figlia di Demetra. La loro madre era la Terra e il padre Acheloo, il più importante dei fiumi della Grecia, venerato come un dio, principio di tutte le acque correnti.  

Quando Persefone fu rapita da Ade che la portò con sé nell'oltretomba, esse si misero in cerca della loro compagna spinte anche dalle suppliche di Demetra. Le ricerche furono vane. Secondo Igino, la trasformazione in donna uccello avvenne evidentemente per punirle della negligenza con cui avevano cercato la loro compagna. Nelle metamorfosi del poeta latino Ovidio, scritte all'inizio del primo secolo d.C., si narra invece che alle sirene spuntarono progressivamente le ali proprio come strumento per la ricerca della giovane dea rapita. In quanto compagne di Persefone, le sirene sono testimoni e accompagnano nel passaggio dalla vita alla morte.

A partire dal quinto secolo a.C. le sirene sono raffigurate sui monumenti funerari della Grecia e della Magna Grecia in atteggiamento di lutto con la mano che tocca la guancia o nell'atto di eseguire musiche e canti per le esequie. Le ritroviamo rappresentate a rilievo nelle stele funerarie o poste a decorare capitelli e altri elementi architettonici delle tombe a camera. Sappiamo che il sepolcro del grande tragediografo Sofocle, morto nel 406 a.C. era decorato con sirene di bronzo. Lo stesso Sofocle aveva definito le sirene come “le due che cantano le leggi dell'ade” mentre Euripide le apostrofa come lugubre coro della loro signora Persefone. 

La forma dell'uccello con la testa umana deriva probabilmente da modelli di vicino Oriente attestati ad esempio su calderoni in bronzo importati nella città e nei santuari della Grecia già nell'VIII secolo a.C. Alcuni studiosi vi leggono l'influsso della divinità egizia Ba, il Dio uccello connesso al passaggio delle anime dalla vita alla morte. Molto diffuse nelle produzioni greche sono le sirene come uccelli con la testa umana che compaiono nelle file di animali ed esseri fantastici. Ad esempio, sui vasi prodotti a Corinto e nelle colonie greche dell'asia minore oppure nella ceramica attica. In Magna Grecia e in Etruria troviamo anche vasi a forma di sirena spesso usati come contenitori per oli profumati e offerte dei santuari come Olii votivi.


                     Originale Sirena della Fontana Spina Corona                                                                               Balsamari a forma di sirena


cratere con scena di naufragio VIII sec. a.C. - LACCO AMENO, NECROPOLI DI SAN MONTANO


                                                                                                                                                                                                             Askos configurato a sirena - CITERA

 





                                                                                           matrici statuette votive in bronzo - SANTA MARIA C.V.


                                                                                                     Sirena che suona il flauto 62 d.C. POMPEI




Lastra funeraria  di marmo bianco con dedica a Brinnia Helias, da parte di Brinni                         Lastra funeraria con dedica di Parthenopenus alla madre Ambibia - 201 d.C. Menander, Partenope e Drosis - 171 D.c.  NAPOLI, S. PIETRO AD ARAM (nei pressi)                          MISENO       

 

Secondo il poeta Licofrone le sirene deluse per non essere riuscite a sedurre Odisseo si gettarono in mare in un tuffo suicida. Il Katapontismòs (racconto) non è presente nell'odissea, ma ha radici ben più antiche rispetto all'epoca in cui scrive Licofrone. Se ne conservano tracce in immagini e testimonianze letterarie già dalla seconda metà del VII a.C. Grazie al Katapontismòs le sirene rinascono profondamente mutate da essere insidiosi a creature benevole, poste al limite tra il mondo umano e quello animale. Divengono accompagnatrici nei passaggi più delicati della vita: per le donne dallo stato di fanciulle a quello di donne sposate, per i naviganti lungo le rotte marine, per tutti gli umani dalla vita alla morte. Anche per queste funzioni le sirene usano la musica e il canto che accompagnavano le cerimonie nuziali e i riti funebri. Questo cambiamento nelle funzioni va probabilmente di pari passo con la progressiva umanizzazione e femminilizzazione nell'aspetto delle sirene. In questo senso sono state interpretate le anse a figura umana dei vasi per profumi unguentari a forma di sirena, non a caso provenienti da contesti funerari o da santuari. Creature liminali, collocate al confine tra terra e mare, le sirene non sono più percepite come un’insidia ma soccorrono i naviganti e spiccano sulle rocce bianche, quelli più visibili da lontano.

Come abbiamo visto il canto e la musica sono prerogative delle sirene fin dalla loro prima apparizione. In molti bassorilievi antichi vediamo rappresentate sirene con strumenti musicali. Esse appaiono anche nelle decorazioni dipinte di epoca romana come mostrano molti esempi provenienti dall'area vesuviana in cui le fanciulle uccello suonano la lira e il doppio flauto. 

Le sirene sono protagoniste di diversi altri episodi mitici connessi alla musica. Apollonio rodio terzo secolo a.C. racconta come esse furono sconfitte dal cantore Orfeo che con la dolcezza della sua voce non consentì che gli altri argonauti cedessero alla loro melodia insidiosa. L'unico a tuffarsi della nave Argo fu Bute che trovo così la morte. Secondo la tradizione anche in questo caso per l'umiliazione della sconfitta le sirene si tuffarono in mare e furono trasformate in rocce bianche. Lo scrittore Pausania secondo secolo dopo riferisce invece della sfida musicale che le sirene osarono intraprendere con le Muse, dalle quali uscirono naturalmente sconfitte. Le vincitrici spennarono le sirene per punire la loro tracotanza e si decorarono la fronte con le loro penne. Spesso nei rilievi di epoca romana le Muse appaiono munite di questo trofeo. 

URNA ETRUSCA IN ALABASTRO CON L'EPISODIO DI ODISSEO E LE SIRENE II SEC. A.C. - VOLTERRA


L'EPISODIO DI ODISSEO E LE SIRENE DIPINTO SU VASELLAME ED OGGETTO DI UN DIPINTO PROVENIENTE DA POMPEI OGGI CONSERVATO AL BRITISH MUSEUM

Abbiamo visto come l'immagine delle sirene nel mondo classico sia quella della donna uccello.

Il primo a menzionare le sirene come le donne pesce è Adelmo di Malmesbury, VIII d.c., nel Liber monstruorum de diversis generibus: “… dal capo fino all'ombelico hanno corpo di vergine e sono in tutto simili alla specie umana, ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi”.  

Nella sua breve descrizione non c'è alcuna traccia delle donne uccello e le sirene tornano alla loro caratteristica originaria di seduttrici malevole che ingannano i marinai, per metà pesci. Lo strumento della loro seduzione però a questo punto è la loro bellezza, non più il suono della loro voce o la promessa della conoscenza. Fu nel medioevo quindi che ci fu la trasformazione da donna uccello a donna pesce. Con l'avvento del cristianesimo le sirene vengono trasformate nel simbolo del peccato e della perdizione dell'anima.  L'incontro di Ulisse con le sirene diventa l’allegoria della rettitudine che il cristiano deve mostrare di fronte alle tentazioni diaboliche.

Anche le leggende sulle sirene si adeguarono alle esigenze dei nuovi tempi; nacque così la versione della sirena più conosciuta, quella che desiderava avere un'anima ma che per conquistarsela doveva promettere di vivere sulla terraferma, rinunciando per sempre al mare. La promessa, impossibile da mantenere, condannava le sirene a una perpetua e infelice lotta con sé stesse. Secondo una storia del sesto secolo d.C. una bella sirena si recava tutti i giorni da un Monaco di Iona, un'isoletta scozzese; pregava con lui affinché Dio le concedesse anima immortale e la forza di lasciare il mare, ma nonostante la sincerità del suo desiderio ed il fatto che alla fine si fosse innamorata del Monaco, la sirena fu incapace di rinunciare al mare. Le lacrime che pianse abbandonando per sempre l'isola e il suo innamorato si trasformarono in sassi e ancora oggi le pietre verdi della costa di Iona si chiamano “lacrime di sirena” Nei mari del nord le leggende sulle sirene si confondevano spesso con gli avvistamenti di foche. Alcuni pensavano che questi animali fossero angeli cacciati dal paradiso, altri credevano che si dovesse trattare di anime di persone annegate, altri ancora le vedevano come donne vittime di incantesimi. Foche e sirene erano accomunate anche da alcune caratteristiche: si diceva che a entrambe piacesse cantare e che le une e le altre possedessero il dono della profezia. Sia le foche che le sirene potevano assumere un aspetto umano, vivere sulla terra e sposarsi con gli uomini. 

Le sirene oltre al canto ammaliatore hanno come elemento l’acqua, il mare. L’evoluzione in creature mezzo pesce hanno in un certo qual modo favorito la diffusione del mito, piuttosto diffuso nella letteratura marinara di ogni epoca. Anche nel diario di bordo di Cristoforo Colombo si menziona un avvistamento di sirene. Ha raccontato agli uomini del suo equipaggio di averne viste tre balzare fuori dalle acque largo della costa della Guyana. Si trattava, con ogni probabilità, di cetacei o lamantini. 

La Napoli greca: Parthenope (palepolis) e Neapolis 

E veniamo ora a Parthenope.

Il Golfo di Napoli è lo scenario degli eventi connessi alla colonizzazione greca dell'Italia meridionale.

Sulle coste campane le prima importanti colonie furono Cuma e Pythecusa (Ischia). Cuma diventò a sua volta colonizzatrice. Questa avrebbe presto stabilito una serie di avamposti nel Golfo, tra i quali quello ubicato sull’odierno promontorio di Pizzofalcone a Napoli, che prenderà il suo nome proprio dalla sirena Partenope. Il nome deriva dalle parole greche Parthenos (vergine) e Op (viso/aspetto), traducibile come "dallo sguardo di fanciulla". Il dato storico e archeologico si fonde, infatti, strettamente con quello mitico e letterario relativo alle sirene. Il poeta Licofrone terzo secolo avanti racconta che dopo il tuffo suicida seguito all'incontro con Odisseo i loro corpi sarebbero stati trasportati alla deriva dalle onde. Quello di Ligea arrivò nell'attuale Calabria, dove sarebbe, poi, sorta la città di Terina (attuale Sant’Eufemia). Le spoglie di Leucosia giunsero nel golfo di Posidonia (Salerno). Quelle di Parthenope furono trascinate dai flutti presso l’isolotto di Megaride, dando vita alla nascita del primo centro abitato. Questo racconto riflette con ogni probabilità culti strutturati su una base mitica che sembra risalire agli albori della colonizzazione greca in Occidente. I rinvenimenti di reperti dell’abitato di Partenope e nella necropoli di Pizzofalcone di inizi novecento fino ai recenti scavi per la realizzazione delle stazioni della linea uno della metropolitana hanno gettato nuova luce sulla conoscenza dell'insediamento.


Partenope si era sviluppata come avamposto militare in un’area che, per conformazione del territorio (una rocca davanti ad un isolotto con pareti strapiombanti e gole profonde), ne limitava l’espansione. La città, così, finì per allargarsi ad oriente verso il porto ed infine nella zona dell’odierno pendino dove fu fondata una nuova città che chiamata Neapolis, ovvero “città nuova”, per distinguerla da Partenope ovvero Palepolis, la “città vecchia”. In effetti è come se Napoli fosse stata fondata due volte: nell’VIII secolo a.C. e poi tre secoli più tardi nel 475 a.C. come vuole la tradizione.

 

La Neapolis Cittanova è l’unico esempio di città antica il cui impianto urbanistico sopravvive ancora quasi del tutto immutato nel reticolo di strade del centro antico della Napoli contemporanea. Di sicuro, gli abitanti della città nuova mantennero uno strettissimo legame con la città vecchia e la sirena Partenope; un legame culturale, etnico, simbolico inscindibile.

La città intorno al 470 a.C. aveva cominciato a battere moneta con il nome Neapolis impresso sotto il volto di Partenope coronata di ulivo e sul rovescio del didramma un toro, a intendere la metamorfosi di Acheloo come richiamo alle origini, al mito. Al consolidamento del culto di Partenope concorre particolarmente l'ateniese Diotimo, che giunge a Napoli intorno al 450 a.C. per volontà dell'oracolo di Delfi. Il suo governo della città imprime un grande impulso agli scambi commerciali, soprattutto di grano e vino con la Grecia e con tutto il Mediterraneo. Alla sirena Parthenope viene anche dedicata la Lampadedromia, (detta anche Lampadoforia), una sorta di corsa a staffetta con le fiaccole che in attica era dedicata a Demetra. Secondo Bartolomeo Capasso, in Neapolis era dedicata sia a Cerere, la Demetra dei latini, che a Parthenope. Un gioco che è rimasto innestato nell'immaginario cittadino, tanto che esisteva un Vico Lampadio (ne parla Carlo Celano) oggi chiamato vico della Pace, che mette in comunicazione via Tribunali con via Giudecca Vecchia, vicino al luogo in cui un tempo si trovava il ginnasio.  Nel XVI e XVII sec. il racconto della Lampadromia è presente nelle guide per gli stranieri. Niccolò Leonico Tomeo nel De varia historia del 1531 descrive la corsa che iniziava con gli atleti che attingevano le fiaccole all’altare di Prometeo, nel recinto sacro e poi correvano verso il traguardo. Le fiaccole non dovevano mai spegnersi. La vittoria era assegnata al primo arrivato con la fiaccola del fuoco sacro accesa. Ecco perché i corridori cercavano anche di fare spegnere le fiaccole dei contendenti. Il percorso si snodava nella zona di Forcella, terminando nei pressi di quello che era creduto il sepolcro della Sirena Partenope, nel luogo dove oggi c’è la chiesa di San Giovanni Maggiore.

La Campania è indubbiamente la "terra delle sirene", che qui avevano anche un tempio loro dedicato. Il leggendario Tempio delle Sirene è un santuario citato dallo storico Strabone, la cui ubicazione fisica rimane avvolta nel mito. Tradizionalmente, la leggenda colloca questo luogo di culto e la dimora delle sirene Odissee nella Penisola Sorrentina e nell'area costiera limitrofa. Alcuni ritengono, fosse nei pressi di Punta della Campanella che chiude la baia di Ieranto considerata la dimora delle Sirene, non lontano dagli Isolotti de Li Galli (le Sirenuse) dove la leggenda vuole che avvenne l’incontro tra Odisseo e le Sirene. 

Dunque, a partire dal medioevo e con l’era cristiana le sirene diventano simbolo di tentazione e peccato. Di questo vi è una traccia notevole nel dipinto di Leonardo da Pistoia conosciuto come “il diavolo di Mergellina”, presente nella chiesa di Santa Maria del Parto a Mergellina. Questo enigmatico quadro rappresenta una storia vera, fatta di torbido intreccio tra fede e tentazione in cui la tentatrice è una nobildonna napoletana che ha le sembianze di sirena. Se vi interessa questa storia, ne abbiamo scritto qui (LINK SOTTO)

Anche nella Chiesa di San Pietro ad Aram, nei pressi del Corso Umberto I, c'è un altare con un San Michele che invece di schiacciare il classico serpente, calpesta la sirena Partenope. Uno dei tanti tentativi di allontanare e sradicare le origini pagane dalla città di Napoli.

Nei due secoli di dominazione spagnola (1503-1713), dopo secoli di avversione cristiana e proprio nel periodo di maggiore controllo della dottrina cristiana, la sirena Parthenope diventa allegoria della città, un mito che i Napoletani riscoprono e di cui si riappropriano. Sirene incantatrici fanno la loro comparsa già in canzonette madrigali del Cinquecento. Tuttavia, è nel Seicento che la figura della sirena, e di Partenope in particolare, diventa protagonista di cantate e serenate e appare nelle feste che si tenevano all'aperto a Palazzo Reale. Partenope viene ripresa anche dal repertorio religioso: conosciamo l'oratorio “Partenope liberata” (1656) di Domenico Sarro, con testo di Niccolò Giovio, per la festa della vergine dei 7 dolori e le cantate che Cristofaro Caresana, maestro del Tesoro di San Gennaro, scrisse per le feste in onore del Santo tra il 1701 e il 1708. A partire dalla metà del Seicento, Partenope diventa protagonista delle scene d'opera. Il primo grande successo fu il melodramma “Partenope” con musiche di Luigi Mancia e testo di Silvio Stampiglia, rappresentato al teatro di San Bartolomeo nel 1699. Il libretto di Stampiglia trasformava la sirena in regina greca e circolò in tutta Italia fino alla metà del Settecento, musicato tra gli altri da Händel e Vivaldi. Nel 1767 fu rappresentata a Vienna una nuova Partenope in forma di festa teatrale con il testo di Metastasio e le musiche di Hasse, per le nozze di Ferdinando di Borbone e Maria Carolina d’Austria. Questa Partenope fu replicata anche a Napoli al teatro San Carlo nello stesso anno e continuo a essere messa in scena per vent'anni. Il mito identitario di Partenope fu gradito anche ai sovrani francesi (1806-1815). Il 25 marzo del 1811 fu eseguita la cantata “Partenope” di Domenico Piccinni, su libretto di Valentino Fioravanti, “per la nascita degli augusti sovrani Gioacchino e Carolina Napoleone”.  L'onomastico di Murat nel 1814 fu onorato con una festa teatrale “Partenope” su musiche di Giuseppe Fanelli e scene di Antonio Niccolini. Al ritorno sul trono nel 1815 Ferdinando di Borbone, fu invece accolto con la cantata a tre voci “la felicità di Partenope” composta da Pasquale Caracciolo, marchese di Arena. Infine, fu l'opera “il sogno di Partenope” di Giovanni Simone Mayr, interpretata dal soprano Isabella Colbran, a segnare la riapertura del teatro San Carlo nel gennaio 1817, dopo che un tremendo incendio lo aveva quasi distrutto nel febbraio del 1816.

Dunque, la figura di Partenope domina nella letteratura antiquaria su Napoli. A partire dal Rinascimento si impone nella scultura e nell'architettura della città, ispira la produzione di opere musicali, dall'oratorio composto da Sarro intorno alla metà del Seicento, fino alla recentissima messa in scena al teatro San Carlo della Partenope di Ennio Morricone nel 2025. 

Partenope, raffigurata come donna pesce, ricorre nelle medaglie commemorative dei principali eventi della storia della città tra settecento e ottocento. Associato alle personificazioni del fiume Sebeto, all'immagine del Golfo con il Vesuvio: se ne servono, senza differenze, sia i Borbone, che Napoleone, che Murat. Carolina Bonaparte, sorella di Napoleone e moglie di Murat, donna di grande cultura e appassionata di antichità, volle presentarsi come una nuova Partenope. Lo attesta la serie di medaglie in bronzo argento e oro in cui si fece raffigurare nella stessa posa e con le medesime acconciature della sirena sulle monete greche di Neapolis, con la scritta in caratteri greci BASILISSA KAROLINE (Regina Carolina). Come nelle monete antiche sul rovescio è rappresentato Acheloo.  La vasca di marmo rosso antico rinvenuta a Pompei nel 1811 è subito fatta restaurare per la regina Carolina teneva molto a questo oggetto che si era spostato all'ingresso delle stanze del suo appartamento privato in cui si trovava la sua raccolta di antichità.


componimenti a tema Partenope


monete celebrative con l'effige di Partenope

Santa Patrizia

vasca di marmo rosso antico rinvenuta a Pompei 


Nella città (medievale, moderna e contemporanea) sono tre le forme con cui la sirena è rappresentata: la prima è quella classica greca della "donna uccello"; la seconda è quella della "donna pesce", sempre più utilizzata nel progredire dei secoli; la terza è una Partenope completamente umana. La Parthenope donna è una principessa venuta dalla Sicilia o dalla Grecia che sarebbe morta sulle coste del Golfo di Napoli e avrebbe dato il suo nome alla città da lei fondata. Questo filone interpretativo intreccia le fonti antiche sulla colonizzazione della Magna Grecia con influssi tratti dal romanzo ellenistico “Metioco e Partenope” la cui versione originaria si colloca tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. e che si conserva in frammenti. Un esempio di questo terzo genere è rappresentato nel gruppo scultoreo in stile neoclassico sopra il Teatro San Carlo dedicato a Partenope, dove ha le sembianze di una regina affiancata da due sirene con la coda di pesce e i geni alati della tragedia e della commedia. Riferimento all’antico mito che voleva che la sirena incoronasse gli artisti. 

La immagine della sirena Partenope appare moltissimi punti della città. I luoghi più famosi e visitati dove la troviamo sono: la Fontana Spina Corona detta delle "zizze", dove Partenope appare nella forma classica della donna uccello, morfologia presente, peraltro, in diversi progetti di fontane dello stesso periodo; il frontone del teatro San Carlo. Opera nei primi decenni dell'Ottocento di Antonio Niccolini, autore della ricostruzione del teatro San Carlo dopo l'incendio che l'aveva gravemente danneggiato; la Fontana di piazza Sannazaro; nella facciata del settecentesco palazzo San Felice ai Vergini; in cima al portone in bronzo del palazzo della provincia. Anche in questo caso la figura della sirena impiegata per sancire una rinascita, una soluzione di continuità nella vita della città. Il pannello sostituì, infatti, nell'immediato secondo dopoguerra quello con i ritratti dei membri del quadrumvirato fascista.

Recentemente, Francisco Bosoletti ha dipinto in due riprese, sullo stesso muro nel quartiere Materdei, due immagini di Partenope: una colorata e la donna di fogli e penne e l'altra in scala di grigi con ali piumate.

I LUOGHI DELLA SIRENA

Fontana Spina Corona

REAL TEATRO SAN CARLO

IL DIAVOLO DI MERGELLINA


Fontana della Sirena - PIAZZA SANNAZARO

PALAZZO DELLA PROVINCIA


                                PALAZZO SAN FELICE - VERGINI                                                                                PARTENOPE (Francisco Bosoletti) 


Parthenope, come tutte le altre sirene, non nuotava negli abissi ma volava sui mari. Non era la donna-pesce di Onofrio Buccino in piazza Sannazaro, ma più somigliante a quella di Spina Corona, con ali, coda e zampe piumate, scolpita nel primo Cinquecento da Giovanni Merliani da Nola, per volontà di Don Pedro de Toledo. Era questa la prima protettrice di Napoli, dea matriarcale che spegneva il fuoco del Vesuvio con l’acqua che le sgorgava dai seni. Esattamente gli stessi compiti poi demandati ai Dioscuri in epoca romana e infine a san Gennaro. 

C’è anche un altro simbolo di Napoli, la “testa di Marianna”, divenuto tale perché per secoli associato alla sirena Partenope. Per chi volesse, ne abbiamo scritto qui (link sotto)

Il culto della sirena associato a un tempio o a una tomba monumentalizzata, come accadde in diversi casi per i mitici fondatori delle città magnogreche, è conosciuto a Neapolis dagli scrittori antichi. Sulla sua ubicazione e sulla sua natura si sono espresse le congetture più varie: si è pensato alla fascia costiera della città, all'acropoli (l'attuale area di Capo Napoli) o al promontorio di Pizzofalcone. Sulla base delle attuali conoscenze due luoghi dell'antica Neapolis possono essere collegati alla sirena Partenope, perché le evidenze archeologiche qui messe in luce rinviano a culti di divinità femminili legati a passaggi di stato, da fanciulla a condizione di moglie e madre, alla fertilità, alla presenza di Demetra e Persefone. Tutti elementi strettamente connessi alle sirene. La prima si trovava sull'acropoli della città dove fu messo in luce un bothros (deposito rituale di statuette votive). La seconda è l'area sacra indagata nella zona costiera, a piazza Nicola Amore, dove sarebbe poi sorto in età augustea il santuario dei giochi Isolimpici, gare quinquennali che furono celebrate in onore della dell'imperatore per tutta l'età imperiale.

C’è, però, a Napoli un luogo che più di tutti evoca il mito di Partenope ed è nascosto in una delle chiese della città più antiche e meno conosciute: San Giovanni Maggiore. Qui, nell’ombra del transetto c’è una misteriosa lapide che recita:  

Omnigenum Rex Aitor

Scs Ian

Parthenopem tege fauste che tradotto è:

O Sole, generatore di tutti i beni,

che passi nel mese di gennaio,

proteggi benevolmente Parthenope.

 

Gennaio è il mese in cui la costellazione della Vergine, identificata da Partenope, era più visibile dalla terra.  La lapide risale all’alto medioevo ed è tra le poche cose che rimangono della Napoli dell’epoca ducale (598 – 1137 d.C.).

Durante il vicereame è stata aggiunta sotto una seconda lapide che recita: “D.O.M. (Deo Optimo Maximo), la vecchia pietra che vedi, se era, come si crede, un sepolcro, non ha fondato Partenope, ma la superstizione. Infatti, rimosse le vane divinità, l'imperatore Costantino Magno e Costanza sua figlia, per voto, destinarono questo tempio ai sacri riti cristiani, mercé Silvestro I Papa. Questa singola pietra antica lo attesta: affinché non ti imponga nulla di falso, chiunque tu sia. La confraternita del Crocifisso ha provveduto con questa pietra recente nell'anno della Vergine Madre 1689.” 

Ricorda, dunque, che il tempio pagano, per volere di Costantino e di sua figlia Costanza, nel IV secolo, divenne basilica cristiana. 


Questa seconda iscrizione è la prova più evidente della forza del mito che dopo secoli si cercava, inutilmente, di contrastare sostituendolo con simboli cristiani.

Molto interessante, a riguardo, è il (sincretismo) tra Partenope e Santa Patrizia, la santa miracolosa che compie il suo miracolo, lo scioglimento del sangue, ogni settimana, di martedì (San Gennaro tre volte l’anno). Rinviamo ad un bellissimo libro, LA SANTA E LA SIRENA della antropologa Prof.ssa Elisabetta Moro, che consigliamo di leggere.

Nel bollare il mito di Partenope come una superstizione pagana, si è tentato di cancellare le antiche radici della città … senza alcun successo. Il mito è più che mai vivo nella città come segno di fortissima identità culturale. Non va dimenticato che a Napoli hanno convissuto, ed ancora convivono, due anime, quella greca e quella latina, quella orientale e quella occidentale.

Come detto, secondo la leggenda questa lapide indicherebbe il luogo di sepoltura della sirena Partenope. Che lo sia davvero non ha alcuna rilevanza. Ciò che conta è il valore simbolico, semantico che cristallizza l’origine e la rende immortale.

Come ha scritto Matilde Serao: Parthenope non ha tomba, Parthenope non è morta”.  


Ha assunto solo nuove forme e si è di volta in volta trasformata in Iside, Virgilio Mago, Santa Patrizia e la numerosissima pletora di santi che proteggono la città.

“In questo senso la produzione mitopoietica su Napoli è tanto interessante quanto incessante. Il racconto sull'origine della città non ha mai smesso di farsi e rifarsi. Perciò la sirena Partenope è onnipresente in quanto creatura ibrida o nelle vesti di principessa, o nascosta sotto il velo monacale, o smaterializzata nella metafora poetica, o ancora impressa sulla pellicola di un film. Nel bene o nel male, la sirena è sempre lì pronta a essere ripescata dal rifondatore di turno, enigmatica e polisemica con il suo canto segnato su una partitura senza nota e senza parole, una pagina bianca sulla quale annotare sempre nuove melodie.” (La santa e la sirena – Elisabetta Moro) 

L’intreccio tra la Città di Napoli e la sirena Partenope è più che mai vivo, necessario ed è indissolubile. 

O sole proteggi Napoli, sepolcro della vergine suicida, Napoli impazzita d’amore.

 

LETTURE E FONTI

 La Santa e la Sirena - Elisabetta Moro

Napoli Greca – Teresa Tauro

Leggende napoletane 1881- Matilde Serao

Storie e leggende napoletane - Benedetto Croce 

M.A.N.N. Museo archeologico Napoli (immagini dei reperti e materiale didascalico)

 

ABBIAMO CREATO UN ITINERARIO DI VISITA PER I LUOGHI DESCRITTI. LO TROVATE QUI (LINK SOTTO)


DEDICATO A TUTTE LE DONNE VITTIME DI VIOLENZA 

EIKòNA racconto di Giovanni Rossi Filangieri  (PREMIO Napoli sequenza di Luci, tra passato e presente) 

Munaciello – L’odore di umido e tufo, questo silenzio in cui da sempre sono relegato anche oggi mi accompagna. Il giallo ed il nero sono i colori del mio mondo. Eppure, oggi non è un giorno qualunque. Io, gnomo ripugnante, ecclesiastica caricatura, confinato negli inferi di questa città uscirò all’aperto, andrò verso il mare. Un potente richiamo telepatico, un pensiero che mi trafigge la mente ha ordinato così. Non è un ordine, piuttosto un lamento di dolore, un canto malinconico. Attendo in un angolo recondito del mio regno, qui dove il mondo di sopra ogni tanto arriva. Quella chiassosa compagnia sta andando via, sento le voci che si allontanano sempre più, svanisce anche l’eco che le accompagna. Da una grande caverna sotto la collina di Pizzofalcone, attraverso questo profondo camino che taglia la roccia, giungerò, come faccio da secoli, sotto monte di dio, nel cortile di quell’oscuro e decadente palazzo dell’egiziaca. Pensieri contrastanti attraversano la mia testa deforme. Questa volta non è per far dispetti o sedurre qualche bella signora, non so il perché ma devo! I miei piccoli piedi sanno già dove andare e mi portano con sicurezza sempre più in alto, dove l’aria è più tiepida e umida. Scorgo il chiarore, ancora venti o trenta metri e uscirò da quella dimenticata botola da cui un tempo si attingeva acqua. Avrò un segno, lì dove otto uomini di pietra fronteggiano due cavalieri ed una madre. 


Principe Antonio Totò De Curtis – Che sogno strano che ho fatto, una donna, una bella figliola, m’è comparsa innanzi mentre passeggiavo per la via. Era su via Toledo che potevano essere mezz’ora passate le sedici; lo so perché ho guardato l’orologio nel taschino. Questa donna era eterea, era fatta come di luce e mi faceva cenno di seguirla in un posto che ha evocato con la sua mano, lo ha quasi disegnato nell’aria. Io questo posto lo conosco, ho deciso di andarci. Quisquilie, pinzillacchere penserete voi, dove vai, è solo un sogno. Eh già, è un sogno ma è una signora che ha chiesto di andare in un posto e non sta bene deludere una donna anche in un sogno, sarebbe scortese non accontentarla. Ho messo su il mio frac e la bombetta, sapete io vesto all’inglese…hi hi. Perché camminare, meglio attendere l’arrivo di una carrozza per recarmi a destinazione … uh che stupido, dimenticavo, uno spirito non prende la carrozza, non ne ha bisogno; e poi come la pagherebbe? Mentre fantastico questi pensieri, assorto com’ero mi accorgo di essere arrivato già quasi a Foria. Ma quanti cartelloni hanno appeso, le mie poesie, le mie canzoni. Chi se lo immaginava da vivo che sarei stato così amato. Me la vorrei abbracciare questa mia gente, allegra e sofferente al tempo stesso come è sempre stata, pronta a tendere le mani, proprio come le tendevo io quand’ero vivo. Che bello passeggiare tra le persone, fare il fantasma è un bel lavoro, si vedono tante cose e non si suda. Al finale, devo aspettare un segno al caffè delle sette porte.

Bella ‘mbriana – Genius loci, focolare di tutti i focolari, ospite di tutti gli alberghi, inquilina di tutte le case, la sorte m’ha rinserrata così, ovunque e in nessun luogo. Tra corridoi scuri e dentro pesanti armadi di legno scuro, in soffitte e ripostigli affollati dai vostri ricordi e tutto ciò che non desiderate più mi nascondo. Sono un soffio di vento, una faccia dietro una tenda che oscilla, una porta che vibra, una parete che scricchiola, e quando è pronto a tavola lasciatemi un posto, fatemi sentire che ho una famiglia che mi vuole bene. Io vi proteggerò. Sono lo spirito della casa e, per chi mi vede bella, sono la bella ‘mbriana. Rifuggo il caos, la confusione, il disordine e per questo non esco mai, odio la luce. Ma oggi non è un giorno qualunque. Io, vecchia signora degli anfratti bui uscirò all’aperto, andrò verso il mare. Un pensiero che corre nella mente mi ha chiesto così. E’ un lamento di dolore, come un canto malinconico, quasi straziante. Così lascerò uno dei miei nascondigli preferiti che si trova sulla collina di Pizzofalcone e scenderò dove otto uomini di pietra fronteggiano due cavalieri ed una madre.

Sirena Parthenope – al tempo degli eroi, su questa rocca dorata sono morta di dolore e divenuta leggenda di pietra, per sempre Parthenope. L’amore disprezzato io l’ho donato a questa gente ed ora attendo di sapere se alcuni figli verranno. L’ho desiderato, l’ho chiesto, l’ho implorato. Non l’ho comandato, non l’ho imposto. Li ho chiamati e so che verranno. Li vedo fuori dalle loro avite dimore e nella brezza del pomeriggio attendo il loro arrivo.

La vecchia signora attraversa stancamente i vicoli scuri della paggeria; da tanto non vedeva il mondo esterno. Scorge al centro del largo di palazzo una figura sgraziata e di bassa statura, una figura familiare. Tra gli otto uomini di pietra e i due cavalieri sta fermo, impassibile…attende lei.

Il principe assapora un succo d’amarena con lingue di gatto ad un tavolo del caffè Gambrinus e dalla finestra li scorge: “eccoli, sono loro. Vorrei saper perché questo tavolo adesso è sempre riservato ad un commissario… lo usavo anche io, ha una bella vista sulla piazza. Le solite prepotenze”. Mentre pensa questo, si dirige incontro ai due. 

Si forma così questo strano gruppetto: un distinto signore stranamente abbigliato, una signora d’altri tempi ed un nanerottolo nascosto da un rozzo saio. Totò: “buonasera signori, lieto di essere qui con voi. Vi confesso che mai avrei pensato ad una serata come questa …” – Bella ‘Mbriana: “Principe, pensava non esistesse veramente? Chissà magari è così, è solo frutto della nostra fantasia. Magari tutto questo non è reale, nemmeno questa piazza…questa città” – Munaciello: “basta chiacchiere, la madre aspetta … tutti e tre”.

Così scivolano dolcemente per la via del gigante tra profumi e ricordi antichi, di luoghi e persone che hanno affollato questa parte della città. Le spiagge, le barche, i bambini che giocano tra le reti e quell’odore misto di cibo e mare non ci sono più. La signora riconosce tutte le case, il principe rammenta invece tutte le belle signore che ha incontrato e conosciuto nei vecchi palazzi, il Munaciello il mondo dal quale si è sempre guardato. Ora una grande strada liberata - ma da chi o da cosa? - si stende tra mare e città. S’è fatta sera, il castello spiana i suoi minacciosi cannoni contro la città e i suoi abitanti invece che verso il mare aperto.

Parthenope è rannicchiata su uno scoglio. I suoi lunghi capelli cadono sulla schiena nuda ed una ghirlanda di erba le cinge il capo. E’ di spalle e quando il gruppo è giunto nei suoi pressi si volta. I tre prendono posto su una roccia davanti a lei: “eccoci madre, ci hai chiamato e siamo venuti” esclamano all’unisono. Parthenope è bellissima, ma le lacrime solcano il suo viso. Il principe guarda l’orologio che aveva nel taschino e, con grande sbigottimento, nota che le lancette girano al contrario. La sirena li osserva per qualche istante e poi inizia a parlare. Non muove le labbra, è come se la sua voce provenisse da qualcosa di avvolgente, come un canto diffuso da molti altoparlanti: “Io sono Parthenope, al tempo degli eroi su questa rocca dorata sono morta di dolore. L’amore disprezzato io l’ho donato a questa città. Vi ho chiamati e siete venuti, figli miei. È passato un istante o cento giorni, chi può dire. Sono ferita, vogliono rubarmi l’anima, vogliono venderla. I nuovi barbari sono qui. Non sono unni, longobardi o bizantini, non sono saraceni o spagnoli. Eccellenze, profitto, numeri, competizione, mercificazione e banalizzazione di miti e leggende, occupazione degli spazi sacri. Io non sono così, non sono mai stata così, ho sempre accolto tutti, non ho mai mosso guerra a nessuno ed ho insegnato la tolleranza e l’ospitalità. Molti sono arrivati qui a dominare, hanno anche ucciso e distrutto, ma hanno rispettato lo spirito ed anzi lo hanno assimilato. Alla fine, sono io che li ho conquistati. Il nostro albero ha radici profondissime, la nuova guerra che da tempo è scatenata non taglia i rami, vuole nuocere alle radici perché l’albero inaridisca e muoia. I nuovi rami e le nuove foglie si nutrono dalle stesse radici e vivono grazie ad esse. Io vi chiedo aiuto, la gente di questa città crede in voi, vi ha sempre rispettato ed invocato. Voi sapete come fare, troverete un modo. Siete nelle case, nelle botteghe, nella mente di questa gente e quindi nella mia. E quella connessione di anime e di corpi, che non si può descrivere né spezzare, non deve divenire una mercanzia da vendere a peso. Io sono Chiaia, Santa Lucia, io sono i Vergini, la Sanità, la collina di Posillipo, Materdei, io sono i decumani, io sono il Pendino, san Carlo, Fuorigrotta, Capodimonte e la collina del Vomero. Io sono i Campi Flegrei, il mito, io sono il calore del vulcano, io sono il mare profondo e le isole del golfo, sono la reale fabbrica di capodimonte, io sono il cristo velato, io sono le commedie di Eduardo, nei tuoi gesti e nelle tue parole, Principe, ci sono io, io sono una canzone sotto un balcone, sono nelle navi dirette in America, io sono il caffè da condividere con chi è sfortunato. Io, Parthenope, sono l’amore tradito dalla ragione che non si è fatta sedurre dalla passione, non sapendo a cosa stesse rinunciando.” Proferite queste parole, le quattro figure, come d’incanto, spariscono e la luna adesso illumina solo rocce nere e silenziose.

È giorno, un gruppo di bambini è con la maestra davanti al castello:” bambini, chi si crede abbia fondato questa città?” – “una sirena, signora maestra, una bellissima sirena come voi”. La maestra sorride, ha una bella ghirlanda di erba tra i capelli. Per sempre Parthenope.

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