Megaride, Monte Echia, Pizzofalcone, Parthenope sono molto più che nomi o luoghi, sono parte di una antica e nobile storia in cui realtà e mito si confondono. È come una eco senza fine, un canto ammaliatore che ancora sibila tra le rocce dopo quasi tremila anni.
Chi è Parthenope e cosa rappresenta “per e nella” città di Napoli?
Il mito è qualcosa con cui l’umanità ha sempre cercato di dare spiegazione alle cose e agli eventi della storia. Dunque, il mito richiama sempre un’origine. Il mito della sirena Parthenope è strettamente legato alla nascita della città di Napoli, con adattamenti e fasi nel corso del tempo che necessariamente semplificheremo.
Prima di fare ciò è necessario capire chi fossero le sirene e che genere di cultura le abbia immaginate.
Le sirene sono presenti fin dai tempi più remoti nell’immaginario umano, come ad esempio nella civiltà degli Assiri. Il legame tra il mondo assiro e le sirene risiede nella dea Atargatis, considerata dalla mitologia la prima creatura mezza donna e mezza pesce di cui si abbia notizia. Divinità principale della fertilità e della luna, dopo essersi gettata in un lago per la vergogna di aver causato la morte del suo amante umano, la dea fu trasformata per metà in pesce, mantenendo però il volto di donna. Questa figura ha gettato le basi per le moderne sirene acquatiche, ben distanti dalle "donne-uccello" della mitologia greca originale (come quelle incontrate da Ulisse).
Nell'antica tradizione greca, prima di essere note come creature marine, le sirene erano immaginate come mezze donne e mezzi uccelli; attiravano i marinai con il loro canto per farli naufragare sugli scogli pronte poi a ghermirli e a divorarli. Avevano anche il potere di scatenare tempeste. Una leggenda greca vuole che la sorellastra di Alessandro Magno, Tessalonica, alla sua morte fu trasformata in una sirena. Visse nell'egeo e quando vedeva una nave avvicinarsi chiedeva ai marinai “è vivo re Alessandro?” e la risposta corretta che questi dovevano sempre darle era “vive, regna e conquista il mondo”. Solo allora Tessalonica augurava loro buon viaggio; qualunque altra risposta l'avrebbe fatta infuriare e le avrebbe fatto scatenare una terribile tempesta.
Diverse fonti letterarie raccontano che in origine le sirene erano le ancelle della dea Persefone, figlia di Demetra. La loro madre era la Terra e il padre Acheloo, il più importante dei fiumi della Grecia, venerato come un dio, principio di tutte le acque correnti.
Quando Persefone fu rapita da Ade che la portò con sé nell'oltretomba, esse si misero in cerca della loro compagna spinte anche dalle suppliche di Demetra. Le ricerche furono vane. Secondo Igino, la trasformazione in donna uccello avvenne evidentemente per punirle della negligenza con cui avevano cercato la loro compagna. Nelle metamorfosi del poeta latino Ovidio, scritte all'inizio del primo secolo d.C., si narra invece che alle sirene spuntarono progressivamente le ali proprio come strumento per la ricerca della giovane dea rapita. In quanto compagne di Persefone, le sirene sono testimoni e accompagnano nel passaggio dalla vita alla morte.
A partire dal quinto secolo a.C. le sirene sono raffigurate sui monumenti funerari della Grecia e della Magna Grecia in atteggiamento di lutto con la mano che tocca la guancia o nell'atto di eseguire musiche e canti per le esequie. Le ritroviamo rappresentate a rilievo nelle stele funerarie o poste a decorare capitelli e altri elementi architettonici delle tombe a camera. Sappiamo che il sepolcro del grande tragediografo Sofocle, morto nel 406 a.C. era decorato con sirene di bronzo. Lo stesso Sofocle aveva definito le sirene come “le due che cantano le leggi dell'ade” mentre Euripide le apostrofa come lugubre coro della loro signora Persefone.
La forma dell'uccello con la testa umana deriva probabilmente da modelli di vicino Oriente attestati ad esempio su calderoni in bronzo importati nella città e nei santuari della Grecia già nell'VIII secolo a.C. Alcuni studiosi vi leggono l'influsso della divinità egizia Ba, il Dio uccello connesso al passaggio delle anime dalla vita alla morte. Molto diffuse nelle produzioni greche sono le sirene come uccelli con la testa umana che compaiono nelle file di animali ed esseri fantastici. Ad esempio, sui vasi prodotti a Corinto e nelle colonie greche dell'asia minore oppure nella ceramica attica. In Magna Grecia e in Etruria troviamo anche vasi a forma di sirena spesso usati come contenitori per oli profumati e offerte dei santuari come Olii votivi.
Originale Sirena della Fontana Spina Corona Balsamari a forma di sirena
cratere con scena di naufragio VIII sec. a.C. - LACCO AMENO, NECROPOLI DI SAN MONTANO
Askos configurato a sirena - CITERA
matrici statuette votive in bronzo - SANTA MARIA C.V.
Sirena che suona il flauto 62 d.C. POMPEI
Lastra funeraria di marmo bianco con dedica a Brinnia Helias, da parte di Brinni Lastra funeraria con dedica di Parthenopenus alla madre Ambibia - 201 d.C. Menander, Partenope e Drosis - 171 D.c. NAPOLI, S. PIETRO AD ARAM (nei pressi) MISENO
Secondo il poeta Licofrone le sirene deluse per non essere riuscite a sedurre Odisseo si gettarono in mare in un tuffo suicida. Il Katapontismòs (racconto) non è presente nell'odissea, ma ha radici ben più antiche rispetto all'epoca in cui scrive Licofrone. Se ne conservano tracce in immagini e testimonianze letterarie già dalla seconda metà del VII a.C. Grazie al Katapontismòs le sirene rinascono profondamente mutate da essere insidiosi a creature benevole, poste al limite tra il mondo umano e quello animale. Divengono accompagnatrici nei passaggi più delicati della vita: per le donne dallo stato di fanciulle a quello di donne sposate, per i naviganti lungo le rotte marine, per tutti gli umani dalla vita alla morte. Anche per queste funzioni le sirene usano la musica e il canto che accompagnavano le cerimonie nuziali e i riti funebri. Questo cambiamento nelle funzioni va probabilmente di pari passo con la progressiva umanizzazione e femminilizzazione nell'aspetto delle sirene. In questo senso sono state interpretate le anse a figura umana dei vasi per profumi unguentari a forma di sirena, non a caso provenienti da contesti funerari o da santuari. Creature liminali, collocate al confine tra terra e mare, le sirene non sono più percepite come un’insidia ma soccorrono i naviganti e spiccano sulle rocce bianche, quelli più visibili da lontano.
Come abbiamo visto il canto e la musica sono prerogative delle sirene fin dalla loro prima apparizione. In molti bassorilievi antichi vediamo rappresentate sirene con strumenti musicali. Esse appaiono anche nelle decorazioni dipinte di epoca romana come mostrano molti esempi provenienti dall'area vesuviana in cui le fanciulle uccello suonano la lira e il doppio flauto.
Le sirene sono protagoniste di diversi altri episodi mitici connessi alla musica. Apollonio rodio terzo secolo a.C. racconta come esse furono sconfitte dal cantore Orfeo che con la dolcezza della sua voce non consentì che gli altri argonauti cedessero alla loro melodia insidiosa. L'unico a tuffarsi della nave Argo fu Bute che trovo così la morte. Secondo la tradizione anche in questo caso per l'umiliazione della sconfitta le sirene si tuffarono in mare e furono trasformate in rocce bianche. Lo scrittore Pausania secondo secolo dopo riferisce invece della sfida musicale che le sirene osarono intraprendere con le Muse, dalle quali uscirono naturalmente sconfitte. Le vincitrici spennarono le sirene per punire la loro tracotanza e si decorarono la fronte con le loro penne. Spesso nei rilievi di epoca romana le Muse appaiono munite di questo trofeo.
URNA ETRUSCA IN ALABASTRO CON L'EPISODIO DI ODISSEO E LE SIRENE II SEC. A.C. - VOLTERRA
L'EPISODIO DI ODISSEO E LE SIRENE IN VARI OGGETTI TRA CUI UN DIPINTO PROVENIENTE DA POMPEI OGGI CONSERVATO AL BRITISH MUSEUM
Abbiamo visto come l'immagine delle sirene nel mondo classico sia quella della donna uccello.
Il primo a menzionare le sirene come le donne pesce è Adelmo di Malmesbury, VIII d.c., nel Liber monstruorum de diversis generibus: “… dal capo fino all'ombelico hanno corpo di vergine e sono in tutto simili alla specie umana, ma hanno squamose code di pesce che celano sempre nei gorghi”.
Nella sua breve descrizione non c'è alcuna traccia delle donne uccello e le sirene tornano alla loro caratteristica originaria di seduttrici malevole che ingannano i marinai, per metà pesci. Lo strumento della loro seduzione però a questo punto è la loro bellezza, non più il suono della loro voce o la promessa della conoscenza. Fu nel medioevo quindi che ci fu la trasformazione da donna uccello a donna pesce. Con l'avvento del cristianesimo le sirene vengono trasformate nel simbolo del peccato e della perdizione dell'anima. L'incontro di Ulisse con le sirene diventa l’allegoria della rettitudine che il cristiano deve mostrare di fronte alle tentazioni diaboliche.
Anche le leggende sulle sirene si adeguarono alle esigenze dei nuovi tempi; nacque così la versione della sirena più conosciuta, quella che desiderava avere un'anima ma che per conquistarsela doveva promettere di vivere sulla terraferma, rinunciando per sempre al mare. La promessa, impossibile da mantenere, condannava le sirene a una perpetua e infelice lotta con sé stesse. Secondo una storia del sesto secolo d.C. una bella sirena si recava tutti i giorni da un Monaco di Iona, un'isoletta scozzese; pregava con lui affinché Dio le concedesse anima immortale e la forza di lasciare il mare, ma nonostante la sincerità del suo desiderio ed il fatto che alla fine si fosse innamorata del Monaco, la sirena fu incapace di rinunciare al mare. Le lacrime che pianse abbandonando per sempre l'isola e il suo innamorato si trasformarono in sassi e ancora oggi le pietre verdi della costa di Iona si chiamano “lacrime di sirena” Nei mari del nord le leggende sulle sirene si confondevano spesso con gli avvistamenti di foche. Alcuni pensavano che questi animali fossero angeli cacciati dal paradiso, altri credevano che si dovesse trattare di anime di persone annegate, altri ancora le vedevano come donne vittime di incantesimi. Foche e sirene erano accomunate anche da alcune caratteristiche: si diceva che a entrambe piacesse cantare e che le une e le altre possedessero il dono della profezia. Sia le foche che le sirene potevano assumere un aspetto umano, vivere sulla terra e sposarsi con gli uomini
Le sirene oltre al canto ammaliatore hanno come elemento l’acqua, il mare. L’evoluzione in creature mezzo pesce hanno in un certo qual modo favorito la diffusione del mito, piuttosto diffuso nella letteratura marinara di ogni epoca. Anche nel diario di bordo di Cristoforo Colombo si menziona un avvistamento di sirene. Ha raccontato agli uomini del suo equipaggio di averne viste tre balzare fuori dalle acque largo della costa della Guyana. Si trattava, con ogni probabilità, di cetacei o lamantini.
E veniamo ora a Parthenope.
Il Golfo di Napoli è lo scenario degli eventi connessi alla colonizzazione greca dell'Italia meridionale.
Sulle coste campane le prima importanti colonie furono Cuma e Pythecusa (Ischia). Cuma diventò a sua volta colonizzatrice. Questa avrebbe presto stabilito una serie di avamposti nel Golfo, tra i quali quello pubblicato sull’odierno promontorio di Pizzofalcone a Napoli che prenderà il suo nome proprio dalla sirena Partenope. Il nome deriva dalle parole greche Parthenos (vergine) e Op (viso/aspetto), traducibile come "dallo sguardo di fanciulla". Il dato storico e archeologico si fonde, infatti, strettamente con quello mitico e letterario relativo alle sirene. Il poeta Licofrone terzo secolo avanti racconta che dopo il tuffo suicida seguito all'incontro con Odisseo i loro corpi sarebbero stati trasportati alla deriva dalle onde. Quello di Ligea arrivò nell'attuale Calabria, dove sarebbe, poi, sorta la città di Terina (attuale Sant’Eufemia). Le spoglie di Leucosia giunsero nel golfo di Posidonia (Salerno). Quelle di Parthenope furono trascinate dai flutti presso l’isolotto di Megaride, dando vita alla nascita del primo centro abitato. Questo racconto riflette con ogni probabilità culti strutturati su una base mitica che sembra risalire agli albori della colonizzazione greca in Occidente. I rinvenimenti di reperti dell’abitato di Partenope e nella necropoli di Pizzofalcone di inizi novecento fino ai recenti scavi per la realizzazione delle stazioni della linea uno della metropolitana hanno gettato nuova luce sulla conoscenza dell'insediamento.
Partenope si era sviluppata come avamposto militare in un’area che, per conformazione del territorio (una rocca davanti ad un isolotto con pareti strapiombanti e gole profonde), ne limitava l’espansione. La città, così, finì per allargarsi ad oriente verso il porto ed infine nella zona dell’odierno pendino dove fu fondata una nuova città che chiamata Neapolis, ovvero “città nuova”, per distinguerla da Partenope ovvero Palepolis, la “città vecchia”.
