Il convento dei frati minori Cappuccini fu edificato all'inizio del XVI secolo sopra i resti della più antica Cattedrale, crollata durante il devastante terremoto del 1184 in cui morirono il Vescovo Rufus e tutto il Capitolo. Il Convento osserva la città vecchia dall’alto, rivaleggiando con un altro pregevole manufatto del passato: il castello Svevo.
La struttura è quella classica a pianta quadrata, con un chiostro centrale su cui si affacciano due livelli. Il chiostro è formato da 28 archi o campate, 7 per ogni lato, con un ingresso centrale per lato per accedere al suo interno ed al pozzo. Una grande chiesa intitolata alla Madonna della Immacolata Concezione occupa tutto il lato sud del quadrato. Il livello terraneo era occupato dalle cucine, locali di servizio, refettorio, scriptorium, biblioteca. Il livello superiore, che replica in alto il loggiato del livello inferiore, era occupato dalle celle dei frati e da una piccola cappella destinata a coloro i quali, per ragioni di salute, non potevano accedere alla chiesa in basso. Questa cappella era in gotico “radioso”, uno stile architettonico che si affermò tra il XIII ed il XIV secolo, dunque precedente di due secoli al periodo di costruzione del convento. Oggi la cappella non è più riconoscibile come tale. Unicamente da questo livello, si poteva accedere al coro e al pulpito della chiesa. Tutta la parte conventuale era impreziosita da affreschi, oggi quasi del tutto scomparsi. Sono ancora visibili, anche se seriamente danneggiati, in un grande ambiente che potrebbe essere stato il refettorio. Questo, la cucina, e i locali attigui sono stati interessati da un incendio, come testimoniato dalle travi del soffitto carbonizzate e dalle pareti annerite. Gli affreschi che ritraevano figure di santi, madonne e prelati sono molto deteriorati.
In ultimo, la chiesa. Nel campanile non c’è più la campana che recava il versetto “Et verbum caro factum est habitavit in nobis.” (E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi". Gv 1,14). La chiesa è a navata unica, il tetto originale è crollato ed è stato sostituito da uno a capriate di legno negli anni Novanta. Sul fianco sinistro della navata si aprono tre cappelle, anch’esse in stato di avanzata compromissione. Spicca di sicuro l’arco trionfale che apre al presbiterio. Sembra che quest’ultimo in origine fosse separato dalla zona destinata ai fedeli per mezzo di una balaustra sormontata da una cancellata in ferro. Lo stile baroccheggiante, il ricco e colorato impianto decorativo della chiesa si sposa con la simbologia propria del culto mariano contrastando, allo stesso tempo, con la regola principe dell’Ordine dei frati minori e la priorità che Francesco dava al valore della “povertà”.
L’arrivo dei francesi segna l’inizio della fine dell’epoca fiorente degli ordini religiosi. Il convento viene occupato e diventa ospedale per le truppe e poi carcere. Con la definitiva soppressione degli ordini religiosi nel Regno di Napoli, il convento viene definitivamente adibito a usi civili: prima caserma e poi di nuovo ospedale. Tuttavia, l’epoca più oscura per questo luogo di pace e preghiera arriverà nel 1880, allorquando il convento dei cappuccini si trasformò nel famigerato Ospizio Umberto I, definito un “luogo di segregazione per chi non trovava altre caselle sociali disposte ad accoglierlo; luogo in cui individui, per varie ragioni considerati inutili, entravano in un processo ben organizzato di invisibilizzazione del proprio specifico umano”. Un libro racconta tutto questo: “la prigione degli inutili” di Matteo Dalena. Centodiciassette anni (dal 1880 al 1997) di reclusione e soprusi ai danni di un’umanità fragile, con poca o nessuna protezione familiare: storpi, ciechi, deformi, affetti da cretinismo, alienati mentali e chiunque fosse, per anzianità o malattie pregresse, inabile al lavoro. Nel 1997, forse sull’onda della riforma apportata dalla L.180/78, l’ospizio chiuse i battenti e da allora il convento è caduto nell’oblio, un oblio che tuttavia mortifica la sua natura di bene storico ed architettonico di pregio.
E veniamo alla nostra esplorazione e alle sensazioni che ci ha lasciato. La struttura, seppur fortemente degradata, è di grandissima suggestione. Siamo arrivati al convento in ora di avanzato pomeriggio, dopo aver fallito l’ingresso in una chiesa abbandonata un centinaio di chilometri distante. Si sa che l’Urbex è anche una corsa contro il tempo e contro la luce necessaria alla fotografia. Il silenzio domina questa collina, nonostante ci siano alcune abitazioni non molto distanti; il sibilo del vento proveniente dalla valle tra le alte erbacce che avviluppano la struttura è la colonna sonora del luogo. Non riusciamo a stabilire se il degrado della struttura sia opera dei secoli, delle trasformazioni o dei vandali. Alla fine, propendiamo per un mix di tutte e tre le cose. Forse la parte più vandalizzata è la chiesa, con gli altari quasi privi dei bei marmi policromi, la mancanza del pavimento e degli arredi sacri (forse trafugati). La chiesa è molto grande ed a navata unica; questo gli conferisce un aspetto sinistro, quasi da Hangar o da silos di qualche oscura potenza militare.
Il chiostro ha un bel pozzo abbastanza ben conservato, ma è invaso da una pervicace vegetazione che rende complicato l’accesso. Per fotografare il pozzo siamo dovuti andare nell’ordine superiore, dove dall’alto del loggiato è di nuovo ben visibile.
LA CHIESA DELL'IMMACOLATA
Tutta la struttura conventuale è abbastanza vuota ed è difficile immaginare come fosse quando divenne caserma, ospedale ed ospizio; ha sostanzialmente mantenuto la sua identità originaria di antico convento. Quando, però, ci si addentra nel primo livello si arriva in una zona scura, resa ancor più tale dalla caligine provocata da un violento incendio divampato chissà quando. Qui scopriamo un grande ambiente rettangolare (apparentemente il refettorio per le dimensioni, la forma e la sua vicinanza alle cucine) semibuio, con una grande trave bruciata caduta di traverso che ostacola parzialmente la strada. Il pavimento è coperto di detriti e di documenti bruciati; in molti si legge la scritta “Ospizio Umberto I”. Che l’incendio sia stato provocato da qualcuno che voleva bruciare l’archivio per distruggerne la memoria? Fatto sta che alle pareti ci sono dipinte delle figure severe di santi, alti prelati e madonne che ti scrutano. Un surreale Tromp l’oeil di finte finestre e figure umane e, in fondo alla sala, una in particolare che il fuoco ha reso quasi un negativo: un monaco dall’aspetto quasi luciferino che ti osserva con sguardo torvo. Sacro e profano, regole divine e barbarie insieme. Questo ambiente rappresenta davvero tutto ed il suo contrario, mette davvero i brividi. Un inganno della mente, uno stato d’animo? Non saprei dire. Questa stanza ha spezzato l’incantesimo del posto santo e distaccato, facendoci precipitare bruscamente nella realtà di quello che era diventato: un luogo di segregazione e sofferenza. Ci sentiamo a disagio e ci tratteniamo il tempo necessario per fotografare alla luce delle torce.
Queste strutture vecchie di secoli sono state attraversate dal tempo che ha lasciato ovunque le sue tracce. È difficile, quindi, dire cosa sia adesso e cosa sia stato prima, forse tutto e niente. Tutto rimane, niente svanisce davvero e, come per ognuno di noi, non si può dare una risposta e o forse si potrà dare solo quando questo non sarà più.
L'esplorazione è stata fatta per un tempo davvero breve, nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato.
IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.
