IL COMPLESSO MONASTICO DI REGINA COELI

Napoli vanta un patrimonio religioso straordinario. Il centro storico è un tale concentrato di chiese e monasteri da farlo quasi assomigliare ad una cittadella monastica. Soprattutto in epoca angioina, e a partire da essa, i complessi monastici si diffusero al punto che ancora oggi se ne sente l’ingombrante presenza nel panorama monumentale cittadino. San Gennaro extra moenia, Monteoliveto, Santa Chiara, San Lorenzo Maggiore, San Domenico Maggiore, San Gregorio Armeno, i Girolamini, Santa Maria Assunta, San Marcellino e Festo, Clarisse cappuccine dette le 33, San Gaudioso, Regina Coeli, San Giovanni a Carbonara, senza contare la Certosa di San Martino, sono solo i più noti. Oltre 400 tra conventi e chiese che hanno plasmato la fisionomia della città. Molti di questi oggi ospitano archivi, istituti universitari, scuole. Diversi sono sopravvissuti ed oggi costituiscono una straordinaria testimonianza storica, tanto della vita monastica che della cultura napoletana. Ce ne sono di bellissimi. Il viaggiatore che vorrà scoprire Napoli nella sua parte più intima e nascosta non potrà che godere della pace e della bellezza di questi luoghi senza tempo. Si immergerà in storie di santità, rigore, sapienza e devozione ma anche di significative rivoluzioni sociali. 

Uno di questi, però, non è conosciuto come dovrebbe. Si trova nella parte alta del centro storico, lungo il decumano meno attraversato dall’incessante e caotico flusso turistico quotidiano: il decumano superiore o dell’Anticaglia. Stiamo parlando del cinquecentesco complesso monastico di Regina Coeli, strettamente legato alla figura di Giovanna Antida Thouret (Jeanne Antide Thouret). Ripercorriamo sinteticamente la storia di questo luogo.

Nel 1518 quattro monache del monastero benedettino di Santa Maria ad Agnone, nella zona prospiciente Castel Capuano, decisero di convertirsi alla regola agostiniana e fondarono un nuovo monastero. Nel 1561 le agostiniane dovettero lasciare il monastero, gravemente danneggiato da un terremoto, e si trasferirono nel Palazzo che fu del Duca di Montalto, presso il monastero di San Gaudioso, in quel che era Largo Capo de Trio, oggi Largo Regina Coeli. Nel 1594 al nuovo convento intitolato a Maria Regina Coeli fu aggiunta la Chiesa, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1590 su progetto che alcuni attribuiscono a Giovan Francesco di Palma, altri a Vincenzo Della Monica, con la partecipazione alla costruzione di numerosi architetti, tra i quali spicca il nome di Massimo Stanzione. Nel tempo il complesso ha subito diversi interventi importanti, come la creazione del bel chiostro nel 1682, e l’aggiunta di tante nuove opere d’arte di cui la chiesa, ma non solo, è ricca.

LARGO REGINA COELI: FACCIATA CINQUECENTESCA CHIESA E CAMPANILE

 

Adesso spostiamo in avanti le lancette della storia per arrivare al 1810, precisamente alla domenica del 18 novembre 1810. Giovanna Antida Thouret, insieme alle sette compagne Barbe, Rosalie, Cécile, Pauline, Sophie, Généreuse, Mélanie fa il suo ingresso a Napoli. Giovanna ancora non lo sa, ma rimarrà per sempre legata a questa città, divenendone una dei 52 patroni, una figura indimenticata le cui spoglie riposano nella cappella a lei dedicata nella Chiesa di Regina Coeli. Ha fatto un lungo viaggio in carrozza, durato quasi un mese, proveniente da Besançon nella Francia orientale: 16.000 km su strade pericolose e scomode. Erano tanti i viaggiatori (diplomatici, militari, uomini d’affari) che si spostavano tra la Francia e il Regno di Napoli, ma un gruppo di donne sole, addirittura religiose, era cosa davvero inconsueta a quel tempo. Cosa è venuta a fare da così lontano a Napoli? E soprattutto chi è? Chiariamo subito un equivoco: i napoletani erano da sempre abituati alle “monache”, cioè a quelle religiose contemplative, dedite alla preghiera nell’isolamento della clausura monastica. Non conoscevano le “suore”, che stanno tra la gente e svolgono mansioni diverse dalla vita di clausura. Ed è proprio in questo “distinguo” che risiede la risposta alle domande di cui sopra. Siamo nel periodo napoleonico. 


Nel 1808, solo due anni prima, il convento di Regina Coeli era stato dichiarato bene demaniale dello Stato e le monache mandate via.  Napoleone Bonaparte aveva messo gli occhi da tempo sul Regno di Napoli, con la sua posizione al centro del Mediterraneo. Dopo un periodo di due anni (1806-1808), in cui il trono fu affidato a suo fratello Giuseppe Bonaparte, Napoleone decise di sostituirlo con il generale Gioacchino Murat, marito di sua sorella Carolina.  Murat non era solo un abilissimo militare, ma aveva anche spiccate doti politiche e subito conquistò il rispetto del popolo napoletano, che si riconosceva anche un po’ in lui. Le cronache del tempo sono piuttosto lusinghiere sulla sua figura. Murat ci mise poco a capire che nonostante Napoli fosse una grande capitale, l’unica che con Parigi avrebbe potuto divenire la capitale d’Europa, aveva degli atavici problemi legati al sovraffollamento ed uno stato di indigenza degli strati più poveri della popolazione.  Matilde Serao, nel suo “il ventre di Napoli”, scriverà più tardi che c’erano circa mezzo milione di abitanti, in uno spazio chiuso tra colline e mare che, nei secoli, aveva consentito alla città più di crescere verso l’alto invece che espandersi. Conseguenza di ciò, una coabitazione dentro la stessa via, dentro lo stesso palazzo della nobiltà e del popolo. Nobili ai piani alti, popolo nei bassi. Napoli, forse, era l’unica città al mondo che i suoi poveri li aveva tutti concentrati nel suo ventre. Le sue amene e collinari periferie, tutte rivolte al mare, ospitavano solo le ville dei nobiluomini.

A dirla in breve, a Napoli c’era un gran bisogno di educatrici, donne che si prendessero cura della salute e dell’istruzione dei “lazzari” con scuole che funzionassero, ospedali che curassero, istituti che educassero davvero senza distinzione di censo. È questa la città in cui arriva Giovanna Antida Thouret in quel 18 novembre del 1810, una città dai mille contrasti: grande cultura e profonda ignoranza, estrema ricchezza ed estrema povertà, maestosi palazzi e tuguri maleodoranti, sole tutto l’anno e il buio impenetrabile dei vicoli. È stata voluta a Napoli da Gioacchino Murat e da Carolina, ma soprattutto da Madame Letizia, la madre di Carolina e di Napoleone. Letizia, donna colta e sensibile, sa bene che, solo delle donne, tanto meglio se religiose, avrebbero potuto lenire il dolore e spazzare le macerie della povertà. Per questo si rivolge a Giovanna Antida Thouret, la cui fama la precedeva.

Giovanna nasce nel 1765 in una famiglia di contadini nel villaggio francese di Sancey-le-Long. Rimasta orfana di madre a soli 16 anni, deve sostituirla nelle faccende domestiche e nel lavoro dei campi. In lei si fa strada anche la vocazione alla vita religiosa, ma dovrà superare l’ostacolo di un padre restio a lasciarla andare. A 22 anni Giovanna riesce a entrare tra le Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli a Parigi, ma due anni dopo scoppia la Rivoluzione francese e tutti gli ordini religiosi vengono soppressi. Giovanna allora segue l’abate Receveur a Friburgo, in Germania, e con lui si dedica alla cura dei malati e all’educazione delle giovani. Dopo una parentesi in Svizzera, riesce a ritornare in Francia, a Besançon dove nel 1797 apre una scuola per fanciulle povere. Si uniscono a lei altre giovani: sarà questo il primo nucleo della nuova Congregazione, le Figlie della Carità.

Un indiscusso angelo della carità, la persona giusta per Napoli e Napoli la città giusta per Giovanna.

A Giovanna e le consorelle della carità viene affidato il monastero di Regina Coeli. Qualcuno ci smentirà, ma crediamo sia l’unico caso in cui coloro che avevano cacciato delle religiose dalla loro sede ve ne reinsediarono altre. Quando arriva a Napoli Giovanna Antida Thouret ha già veneranda età di 45 anni, in un’epoca in cui la vita media delle donne era intorno a 35-39 anni. E dice “sì” a questa “nuova chiamata”, nonostante l’età, la lontananza, i rischi, le incognite socioculturali: le sorelle della carità, straniere, religiose e di vita attiva” in una città dove l’unica forma di vita religiosa femminile conosciuta fino allora era ancora quella della clausura. Giovanna Antida, insieme alle sue compagne, vince tutti i pregiudizi, sconfigge tutte le avversità scrivendo un capitolo luminosissimo della storia di Napoli di cui ancora c’è traccia. Giovanna Antida non conosce Napoli, ma ha sperimentato la Parigi alla vigilia della rivoluzione, una grande metropoli con altrettanti problemi. È una donna forte, navigata, risoluta. I suoi occhi percepiscono una città sovraffollata, con forti disparità sociali economiche e culturali, una società in cui la donna è sottomessa e fondamentalmente estromessa dalla vita pubblica. Giovanna e le consorelle della carità operano un’autentica rivoluzione: si mettono al servizio di questi strati sofferenti della popolazione, scendono nelle strade in mezzo alla gente. Fanno esattamente quello che gli era stato chiesto di fare, senza paura o esitazioni. Sono nelle corsie degli ospedali a servizio degli ammalati. I bambini poveri vengono accolti, nutriti e istruiti in scuole ricavate nel monastero. I malati sono curati con la preparazione e la distribuzione delle medicine realizzate da Giovanna Antida in persona nella farmacia, ancora esistente e visitabile, con le erbe medicinali coltivate nel chiostro. Fin dalle prime ore del mattino, file sempre più lunghe di indigenti sono ad attendere alla porta cibo e medicine. E Napoli accoglie le suore della carità. Tutti imparano a fidarsi di quelle “strane signore” col cappellone con le punte, che non si limitano a fare loro prediche e rimproveri, ma danno loro cibo, cure, istruzione nella loro scuola dove musica, francese, ricamo e il “far di conti” si insegnano a tutti nello stesso modo, figli di ricchi o figli di poveri. Il monastero apre le porte anche a donne non maritate e non ordinate religiose che vogliono comunque vivere una esperienza di comunità e servizio. E probabilmente il termine napoletano “Bizzoca”, che indica le donne molto partecipi della vita di chiesa pur non essendo suore, deriva proprio da questa nuova figura che popolò il monastero ottocentesco; forse a causa del loro abito “bigio” da cui “bigioche” translitterato poi in “bizzoche”. Sempre al monastero di Regina Coeli e alle suore della carità probabilmente si deve un noto detto napoletano che indica uno stato di estrema povertà e disperazione. Il livello di povertà infatti era più alto delle possibilità e delle risorse delle suore della carità, e così Giovanna scrive all’allora ministro dell’interno dell’epoca usando una singolare espressione che recita più o meno così:” Eccellenza centinaia di Poveri affamati si presentano alle nostre porte chiedendo un pezzo di pane e a noi non è rimasto più nulla se non gli occhi per piangere insieme a loro”. Questo modo di dire è stato assunto nel linguaggio popolare, ma con una vena polemica e ironica tipica del napoletano: “nuie nun tenimme manco l’uocchie pe’ chiagnere” che tradotto suona come “invece a noi non sono rimasti nemmeno gli occhi per piangere”. 

Giovanna non andrà più via da Napoli, vi morirà nel 1826 e le sue spoglie mortali sono custodite nella cappella a lei dedicata nella grande chiesa. Verrà beatificata e poi canonizzata da Pio XI nel 1934 diventando Santa Giovanna patrona di Napoli. Le suore della carità sono ancora presenti ed attive, quella che fu la prima scuola aperta a tutte le classi sociali è ancora in funzione come scuola primaria. La farmacia non è da tempo più attiva, adesso è una sorta di museo. 

Il complesso Monastico di Santa Maria Regina Coeli è sicuramente uno dei luoghi più belli di Napoli e, conoscendone la storia, forse è tra quelli che più lascerà dentro di voi un segno. Le suore stesse vi guideranno alla scoperta di ogni intimo segreto di questo luogo senza tempo. Prima di affidare alle immagini il compito di svelare tutta la meraviglia e la bellezza che si cela oltre le mura di Vico San Gaudioso, vogliamo tratteggiare molto sinteticamente i punti di interesse. 

Innanzitutto, il bel chiostro, dove venivano un tempo anche coltivate le piante officinali per il laboratorio farmaceutico. Spiccano le due statue di Vincenzo de Paoli e Giovanna Antida Thouret. Una bella fontana centrale è circondata da quattro sedili di pietra sui quali c’è una ceramica con quattro momenti della vita della Santa: quando rifiuta un ricco matrimonio; quando prende i voti; il rifiuto di giurare fedeltà al tribunale della rivoluzione; con Pio VII che approva la regola delle Suore della Carità. Sul chiostro all’ombra del porticato, si affacciano: il Parlatorio conosciuto anche come Salottino imperiale; la farmacia; la scuola; l’ingresso al refettorio e alle stanze della clausura. Tranne la scuola, ancora funzionante, sono tutti luoghi visitabili. 

IL CHIOSTRO

Il Parlatorio o salottino imperiale è dove i parenti potevano incontrare le monache, ma sempre dietro una doppia grata, ancora presente; quindi vedendosi appena e senza potersi toccare. I parenti entravano con la carrozza dal portone in fondo al chiostro e sostavano in un elegante salottino che faceva da anticamera, attendendo l’arrivo delle congiunte che provenivano direttamente dalla clausura. Il parlatorio è una vera chicca, con i suoi affreschi settecenteschi, le porte finemente dorate, le tappezzerie e i tromp l’oeil che facevano sembrare meno angusto il luogo. 

PARLATORIO O SALOTTINO IMPERIALE

La farmacia è il luogo dove si preparavano e si ordinavano i medicinali da distribuire a chi ne avesse bisogno. Sebbene non abbia la magnificenza della vicina farmacia dell’ospedale degli incurabili, vi assicuriamo che da sola vale una visita. 

FARMACIA 

L’ingresso alla clausura vede al piano terreno un elegante passetto, che divide un salone in tinta verde, dove è custodito un antico e grande presepe, dal refettorio.

SALONE DEL PRESEPE

Il refettorio è un'altra sorpresa, anche per esso vale la considerazione fatta per la farmacia, che da solo vale la visita. Presenta una volta affrescata con scene bibliche e pareti con stalli lignei del XVII secolo con soggetti floreali o animali, ognuno diverso dall'altro, che originariamente indicavano il posto assegnato a ogni suora. Sulla parete di fondo si trova una tavola del XVI secolo raffigurante il miracolo del trasporto della casa di Maria a Loreto.


Infine, la chiesa che si fa precedere, per chi percorre l’anticaglia dal lato di Via Foria, dall'ottagonale campanile pensile sotto il quale si passa. A navata unica senza transetto, con cinque cappelle sul lato destro e quattro su quello sinistro è impreziosita da importanti dipinti di Massimo Stanzione, Micco Spadaro e Luca Giordano. Nella seconda e quarta Cappella a sinistra vi sono dipinti Luca Giordano. La terza Cappella è invece dedicata a Santa Giovanna Antida Thouret, dove dentro un’urna sono custoditi i resti mortali della Santa. Da notare una tela di Antonio de Dominici raffigurante la Resurrezione di Lazzaro. Particolare rilevante è che nel 1800 ebbe come Maestro di Cappella Domenico Cimarosa.

LA CAPPELLA DEDICATA A SANTA GIOVANNA ANTIDA THOURET

Se questo luogo e questa storia hanno toccato anche voi, andate a vedere il Monastero di Regina Coeli e date un generoso contributo alle Sorelle della Carità che dopo oltre due secoli sono più che mai attive e presenti nel tessuto urbano napoletano, portando avanti la missione e le idee di una donna straordinaria, comunque la si pensi e in qualunque cosa si creda: Giovanna Antida Thouret.


LA PRIMA SCUOLA APERTA A TUTTI DI NAPOLI. CREATA DA GIOVANNA, E' ANCORA ATTIVA OSPITANDO UNA PRIMARIA

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