Laura è una esperta fotografa prima che una urbexer, attiva nel panorama fotografico nazionale e vincitrice di prestigiosi riconoscimenti. Viaggiatrice appassionata, ha scoperto l’urbex per caso, come per molti realizzando che forse gli piacesse da sempre. Laura è una cara amica, molto riservata e per questo la ringraziamo di aver acconsentito a raccontarsi in questa rubrica. Ecco come ha risposto alle domande che gli abbiamo posto.
Parla un po’ di te:
Sono romana, amo la natura, adoro viaggiare e fotografare: queste due ultime attività si completano vicendevolmente in un equilibrio intrigante e inscindibile tanto da non saper chiaramente distinguere se viaggio per fotografare o fotografo per viaggiare… l’importante è riesca a farle entrambe! Faccio un lavoro di ufficio, l’aspetto creativo che mi manca li, lo cerco appunto fuori dedicandomi alle mie passioni più creative che mi fanno muovere, conoscere luoghi, persone e culture. Non disdegno anche attività più stanziali che ho deciso di lasciare a quando avrò meno energia per muovermi: dipingere, disegnare ma soprattutto mi piace creare abiti, dalla creazione del modello fino alla loro realizzazione pratica e provare la soddisfazione di indossarli totalmente self hand made.
Come hai conosciuto l’Urbex
Non saprei proprio rispondere a questa domanda anche perché che si chiamasse urbex l’ho scoperto solo abbastanza recentemente andando a curiosare in Internet, dopo aver sentito nominare questa sconosciuta parola. Di fatto, da quando ne ho memoria, ho sempre avuto una grande curiosità e attrazione per i luoghi abbandonati, fitti di storia e mistero. Da ragazzina con mio fratello, nella località marina dove usavo passare l’estate con la famiglia, ero solita avventurarmi in bicicletta nei luoghi più remoti rispetto al brulicare di persone e cercare qualcosa di abbandonato da scovare e scrutare, superando tutti gli ostacoli possibili per arrivarvi. Ovviamente, non avevo minimante ancora idea di cosa fosse precursore.
Come e quando hai cominciato
Probabilmente, il vero inizio, nel senso di consapevole, risale solamente al 2022 quando, in occasione di un workshop su Roma Est, ho presentato la mia selezione di foto per documentare quello che avevo fotografato di quella zona di Roma. Da quel lavoro nacque una mostra collettiva e la mia parte era quella relativa a “Le macerie del presente”. Con grande impegno, curiosità, dedizione e fatica, soprattutto nel caldo luglio, sono riuscita a portare a termine il lavoro, riuscendo ad entrare in case abbandonate e nella ex fabbrica della Viscosa per documentarne il quel che resta. Da lì ho provato, inizialmente anche da sola e non sempre con soddisfazione, ma sicuramente anche con apprensione, un misto tra curiosità e paura, a cercare e girare luoghi abbandonati. Ho cercato di conoscere persone con la stessa passione, ma non tutti hanno analoga volontà e piacere di condividere questo tipo di esperienza. Fortunatamente ci sono anche persone disponibili e accoglienti come i miei amici urbexer di Napoli.
Cosa è per te l’Urbex: cosa ti piace e non ti piace
L’Urbex è un misto di emozioni, scoperta e sogno, tentativi di rievocazione e percezione delle vite di un tempo remoto che hanno vissuto quei luoghi nei quali spesso la natura prende il sopravvento riappropriandosi di ciò che è sempre stato suo. A volte anche preoccupazione, apprensione, paura; sensazioni che nascono dal timore di veder cedere qualche struttura troppo fatiscente sotto il peso del proprio corpo o a seguito di vibrazioni legate al movimento quando tutto ciò che ti circonda è già al limite della resistenza, ma anche dalla non remota possibilità di incontrare persone che approfittano dello stato di abbandono di quegli ambienti per vivere nella semioscurità della società che li circonda. Finora e fortunatamente, seppure abbia verificato la presenza di persone che abitavano clandestinamente qualche angolo di quelle zone abbandonate, non ho mai avuto problemi di alcun tipo. Doverosa sempre l’attenzione, ovviamente.
Che luoghi preferisci esplorare
In senso assoluto preferisco gli istituti psichiatrici e gli ospedali, nei quali mi sembra di percepire le voci e gli stati d’animo di chi li ha vissuti. Mi attirano anche i borghi abbandonati, nei quali la vita vissuta sembra raccontata da vecchie insegne, portoni segnati dal tempo, muri scrostati e distrutti memoria di quello che fu e le case che, nella sospensione dell’abbandono, raccontano vite vissute e di chi è lì passato. Un dettaglio che adoro sono le finestre come luogo di passaggio tra dentro e fuori, un dentro ed un fuori intesi anche metaforicamente come passato (dentro) e presente/futuro (fuori). Rimango sempre affascinata dalla forza della natura con la vegetazione sempre più presente e imponente che sembra riappropriarsi di ciò che era suo e le è stato tolto tanto tempo prima.
Foto o video
Preferisco scattare solo foto che fissano l’istante donando una sorta di immortalità al momento e alle emozioni che ho provato e che vengono rievocate ogni volta che le riguardo. Pur non dedicandomici, apprezzo la visione dei video che comunque offrono una visione diversa e, se vogliamo, più immersiva rispetto alla staticità della foto.
Quale è il tuo stile di ripresa
Preferisco l’inquadratura orizzontale che, in una visione ampia, mi dia la possibilità di rappresentare il più possibile quello che i miei occhi guardano. Non escludo ovviamente i dettagli che arricchiscono l’osservazione d’insieme.
L’emozione più bella e quella più brutta facendo Urbex
La mia esperienza è ancora abbastanza debole e fortunatamente non ho mai provato emozioni così negative da raccontare. Sicuramente tante ed intense quelle belle provate. Una molto forte fu quando in un giro in un ippodromo abbandonato e di dimensioni molto vaste, mi ritrovai, senza rendermene conto, completamente sola in un lato della struttura; vicino notai una palazzina che mostrava chiari segni di vita, un cane cominciò ad abbaiare ferocemente e dal suono non si trattava di un animale di piccole dimensioni, fortunatamente legato. Non avevo ancora finito di fare il giro che mi ero prefissata, la tentazione era di correre il più velocemente possibile per raggiungere gli altri che avevo completamente perso di vista ma lo sguardo continuava ad andare verso quello che volevo ancora scoprire… nell’ambivalenza della scelta e armata di tanta forza (coraggio, determinazione o incoscienza?) continuai per la mia strada con una carica di adrenalina che sentivo invadermi e intorpidirmi il corpo e la testa, ma non mollai! Poi trascorsi quasi tutta la nottata in bianco perché ero ancora tanto sovra stimolata dalla intensa emozione di paura che avevo provato, paura che però fu sconfitta dalla curiosità di andare avanti e ce la feci.
Che consigli daresti a chi vuole iniziare
Partendo da un reale interesse per questo tipo di uscita fotografica, proporrei un accesso, ai luoghi di interesse, graduale ed eseguito con persone più esperte per poter apprendere quei piccoli ma fondamentali accorgimenti in termini di sicurezza e praticare quella giusta esperienza che ti permette di apprezzare al meglio quello che si sta osservando. Avendoli individuati in un tempo antecedente l’uscita, credo sia utile e stimolante provare a fare una ricerca bibliografica su dove si sta andando a fotografare per cogliere al meglio anche i dettagli apparentemente anche insignificanti ma che raccontano la storia di chi ha vissuto quei luoghi. La raccomandazione per tutti è non toccare ma guardare, eventualmente lasciare solo le proprie impronte. Ho visto tanta distruzione creata a volte anche da chi ha preferito avere il primato della visione del luogo e non lasciarne uguale traccia a chi sarebbe passato dopo “rovinando” quella bellezza decadente dell’abbandono umano.
Ed adesso la parola alle immagini
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