Siamo nel cuore di Napoli, la Napoli più tipica, più riconoscibile, brulicante di persone e di attività, piena di carattere e di diversità. In questa piazza bellissima che sta fra Mezzocannone e Spaccanapoli sorge la chiesa di San Domenico maggiore. Più che una chiesa è una basilica ed al tempo stesso un complesso conventuale di vastissime proporzioni e notevole importanza storica. È infatti stato il centro dell'ordine domenicano in tutto il Regno, una specie di casa generale che nei secoli ha esercitato un vasto potere spirituale, intellettuale, universitario.
Prima della creazione di San Domenico maggiore c'era una precedente chiesa dedicata a San Michele Arcangelo a Morfisa, eretta probabilmente nel X secolo (937 d.C.) ed appartenuta ai basiliani, monaci di rito orientale, fino al 1116 e poi ai benedettini d'occidente. Questa iniziale costruzione religiosa è stata inglobata dal nuovo complesso gotico di San Domenico maggiore; si trova in un'area di San Domenico normalmente non accessibile al pubblico. La prima pietra di san Domenico fu posta dal committente, Carlo II d’Angiò, il 6 gennaio del 1283. Subito dopo l'inizio, i lavori subirono un forte rallentamento e ripresero solo nel 1289 quando Carlo tornò a Napoli. Furono chiamate importanti maestranze per ultimare i lavori che termineranno però nel 1324, ben quaranta anni dopo la posa della prima pietra. In quest'epoca su Napoli governa la dinastia degli Angiò; è il periodo della storia di Napoli che noi chiamiamo per l’appunto angioino, momento straordinariamente fertile dal punto di vista artistico ed intellettuale per Napoli e per tutto il Regno. Arrivano a Napoli artisti del calibro di Giotto, Simone Martini che addirittura riceve dal re il titolo di Cavaliere, Boccaccio, Petrarca. La Corte è splendida, il re è generoso e agli intellettuali e agli artisti più celebri vengono offerte condizioni di ingaggio straordinariamente vantaggiose. In questo clima nasce il complesso di San Domenico maggiore. San Domenico è una singolare mescolanza di stili diversi, soprattutto una straordinaria commistione di gotico e barocco. Questo lo si vede soprattutto nella sua facciata: il campanile barocco, barocca anche la parte centrale corrisponde al pronao che introduce all'interno della Chiesa, rinascimentali sono nel loro involucro esterno le due cappelle che stanno a destra e a sinistra, evidentemente gotica è la grandiosa bifora in alto ed al centro del prospetto della facciata.
La basilica in realtà conserva poco dell’originario aspetto. Quello che vediamo oggi è infatti frutto dell'ultimo dei numerosi restauri (nel 400 ad opera di Novello di San Lucano, nel 600 ad opera di Cosimo Fanzago e nell’800) di cui è stato oggetto, quello voluto nel 1849 dall'allora priore Tommaso Michele Salzano che affidò i lavori all'architetto Federico Travaglini. Quello che ne è venuto fuori da quello recente è soltanto il frutto della interpretazione dei committenti e degli autori, in realtà molto distante dalle forme gotiche originarie; tutto quell’oro scintillante non doveva esserci nel medioevo. Per immaginare la difformità, basta spostarsi di appena 700 metri, in un’altra chiesa gotica di Napoli, San Lorenzo maggiore, di qualche decennio precedente a San Domenico.
Entrando in San Domenico di Napoli la prima impressione è quella di una spazialità immensa, una chiesa lunga quasi ottanta metri, larga almeno trenta. Le cappelle, dislocate lungo le pareti, sono ventisette. Il soffitto a cassettoni della volta, un iperbolico decoro di stucco e di oro con al centro lo stemma dei domenicani, ridipinto da Federico Travaglini circa alla metà dell'Ottocento, ha sostituito quello antico. Il grandioso altare maggiore, vera e propria montagna di marmi policromi, è di Cosimo Fanzago. Cosimo Fanzago ha giocato un ruolo importante nella Napoli del Seicento: scultore e architetto, Cosimo Fanzago da un'interpretazione tutta sua tutta personale al gusto barocco. Sono di Lorenzo Vaccaro, altro noto scultore seicentesco contemporaneo del Fanzago, gli angeli che si trovano a destra e a sinistra dell'altare. Di gusto pienamente barocco anche il grande organo databile alla metà del 700 capolavoro di ingegneria musicale di tecnologia finalizzata alla musica e al tempo stesso capolavoro di grande decoro, con le sue 1640 canne. E poi ancora i confessionali in radica di noce databili al 1731 di bellissimo disegno barocco.
Occupiamoci ora della pittura antica in San Domenico maggiore di Napoli. Nella cappella conosciuta come cappella degli affreschi sono stati ritrovati nel 1953, dunque in tempi relativamente recenti, meravigliosi affreschi a seguito di un restauro della Soprintendenza. Fu il cardinale Brancaccio che fece dipingere al pittore Pietro Cavallini, fra il 1308 e il 1309, questa cappella di suo patronato un ciclo di affreschi con vari episodi biblici che sono arrivati a noi in condizioni relativamente buone per essere di un'epoca così antica. Questi ci danno l'idea di come doveva essere l'antica San Domenico angioina, presumibilmente tutta ricoperta di affreschi di questo tipo. Di gran bellezza il Cristo in croce i due dolenti, la Maria e San Giovanni, insieme a membri dell'ordine domenicano, cioè San Domenico in persona e San Pietro martire. Qualcuno ha scritto che in questa cappella siamo di fronte a una espressione pittorica che non è diversa da quella che Giotto negli stessi anni realizzava nella cappella degli Scrovegni a Padova. Per restare nella cappella Brancaccio, possiamo osservare le altre scene di santi come Sant'Andrea crocifisso in una croce a forma di x, che non a caso chiamiamo ancora oggi “la croce di Sant'Andrea”. Ecco apparire Maria Maddalena che va incontro a Gesù risorto che la respinge dicendo noli me tangere “non mi toccare”. E, poi, Maddalena penitente, ormai alla fine dei suoi giorni.
CAPPELLA BRANCACCIO
Brancaccio è un grande nome nella storia di Napoli e non ci sorprenderà se troviamo ancora un'altra cappella del titolo Brancaccio e qui la commistione di stili e di epoche si fa perfettamente evidente. C'è una bella balaustra rinascimentale e sopra l'altare una Madonna di fine Trecento attribuita alla bottega di Roberto Oderisio, pittore napoletano di stretta formazione senese. Sulla parete destro, c'è il sepolcro di Bartolomeo Brancaccio, arcivescovo di Trani morto nel 1341. Il sepolcro è attribuito a Tino da Camaino, ma probabilmente non è stato realizzato direttamente da lui ma da qualcuno della sua bottega. Il morto è protetto da santi e guerrieri e sorretto da quattro virtù alate: la Fortezza, la Sapienza, la Giustizia e la Penitenza. Sopra, una tela settecentesca di un'artista che ha riempito Napoli di affreschi e tele, molto importante nella storia artistica napoletana: Francesco Solimena. Il soggetto è tipicamente domenicano: la Madonna col bambino e santi domenicani, nel dettaglio: San Domenico, San Vincenzo Ferreri, San Pio V.
Possiamo percorrere San Domenico di Napoli quasi come se sfogliassimo un manuale di storia dell'arte perché di cappella in cappella, di luogo in luogo, ci accorgiamo che coesistono gli autori e gli stili più diversi. È il fascino di una grande chiesa così carica di storia e di arte come questa. Ancora, ammiriamo il battesimo di Cristo del pittore senese Marco Pino, un'artista che ha molto lavorato a Napoli e nel Regno e che fa pensare al pieno manierismo internazionale. Siamo nella seconda metà del Cinquecento. Il martirio di San Giovanni Evangelista è opera di Scipione Pulzone da Gaeta, un pittore che proprio in ambito gesuita e dopo il Concilio di Trento elaborò un vero e proprio tipo di arte sacra, potremmo dire di arte devota. Di fronte, il martirio di San Bartolomeo di Giuseppe Ribera, detto lo Spagnoletto perché era originario della Spagna, artista che ha lavorato molto a Napoli ed interprete esasperato del naturalismo caravaggesco. San Bartolomeo, dice la leggenda, venne scuoiato vivo e il quadro mostra fedelmente e crudamente questa orrenda esecuzione: vediamo la pelle del Santo fatta scivolare via proprio come se si trattasse spellare un coniglio.
Molte dei dipinti più celebri non stanno più nella chiesa di San Domenico ma sono state trasferiti nel museo di Capodimonte, come “l’annunciazione” opera di un Tiziano ormai maturo. Sta ormai a Capodimonte anche uno dei Caravaggio più famosi: la flagellazione di Cristo. Sta Capodimonte anche la “Madonna delle rose” di Simone Martini; si vede una Madonna che si presenta a noi secondo l'iconografia della Madonna dell'umiltà, cioè seduta per terra invece che in trono, e a sinistra San Domenico con l'aureola. Sono tutti assoluti capolavori della storia dell'arte universale che prima erano corredo del complesso di San Domenico maggiore.
La Cappella del crocifisso, conosciuta anche come cappella Carafa, grande famiglia dell'aristocrazia napoletana, ospita al suo interno delle cappelle più piccole, l'altare per le celebrazioni e i sepolcri. Questa cappella è molto importante nella storia di San Domenico. Qui c'è una icona molto antica, una tavola duecentesca con un crocifisso e ai lati i due dolenti, San Giovanni e la Vergine Maria. Secondo la leggenda San Tommaso qui in preghiera di fronte a questa icona avrebbe visto il Cristo staccarsi dalla croce e dire: bene scripsisti de me, Thoma. Quam ergo mercedem accipies? “hai scritto bene di me, Tommaso. Che ricompensa desideri?” Si riferiva evidentemente alla summa teologica opera di teologia dogmatica scritta dal grande studioso Tommaso D’Aquino. Tommaso rispose: Non aliam nisi te, Domine ovvero “Nessun'altra cosa se non te, Signore". Abbiamo mancato di dire che in San Domenico maggiore ha insegnato Tommaso d’Aquino, dottore della chiesa e santo, e la sua cella è oggi parte integrante del percorso museale. Molti altri illustri personaggi si sono susseguiti come i filosofi Giordano Bruno e Tommaso Campanella, in questo complesso protagonista di circa otto secoli di storia napoletana.
Altro capolavoro della cappella databile ai primi anni del Cinquecento, probabilmente il 1513, opera di uno spagnolo Pedro Fernandez è “la desolata andata al calvario” dalle atmosfere cupe e grigie. A sinistra dell'altare della cappella del crocifisso dovrebbe esserci, ma per ragioni di legittima protezione è stato spostato a Capodimonte, la “deposizione dalla Croce” di Colantonio che fu il maestro di Antonello da Messina. Siamo in pieno Quattrocento e di fronte a un'opera come questa diremmo che siamo nelle Fiandre oppure siamo in Catalogna piuttosto che Napoli. In pittura, Napoli è una città di cultura fiamminga come lo era a Genova o come lo era Messina, per ragioni anche di commerci di circolazioni di manufatti artistici di idee e di stili.
CAPPELLA DEL CROCIFISSO COL IL DIPINTO "MIRACOLOSO"
LE ARCHE ARAGONESI
La basilica di San Domenico maggiore custodisce il cosiddetto Pantheon della famiglia d’Aragona. Gli Angioini hanno voluto e realizzato il complesso monastico; alcuni membri della dinastia angioina scelsero San Domenico maggiore come luogo della loro sepoltura anche se queste sepolture non esistono più, sono state smantellate nel corso dei secoli. Ma fu la dinastia aragonese a fare di San Domenico maggiore il loro vero e proprio Pantheon, realizzando così uno dei complessi funerari più importanti dell'Italia meridionale. Le “arche” con i corpi imbalsamati sono state conservate fino alla fine del Cinquecento nell'abside della basilica; poi, sono state spostate nella sacrestia a causa dei numerosi incendi che interessavano proprio quella zona. Papa Pio quinto nel 1568 fece rimuovere tutte le casse di legno dalle chiese proprio perché costituivano un pericolo. Nel caso di San Domenico non si vollero seppellire dei corpi così importanti, per cui furono trasferite nella sacrestia dal viceré Giovanni di Zuniga, per ordine del re Filippo secondo di Spagna, nel 1594.
Nel 1709 il marchese Giovanni Domenico Milano promosse la ristrutturazione della intera sacrestia che da quel momento assume l'aspetto che tutt'oggi conserva. È nel Settecento, infatti, che viene realizzato il ballatoio ligneo su cui poi le arche vengono collocate e disposte su due file sovrapposte. In quegli stessi anni Francesco Solimena realizzò il grande affresco che decora la volta della sacrestia: questo raffigura la fede che combatté l'eresia ad opera di domenicani. Agli inizi dell'Ottocento la sacrestia ospiterà anche la memoria funeraria del primo arcivescovo di New York.
Tutte le arche sono decorate con tessuti pregiati di diverso colore. Solo quattro, quelle che si trovano sulla balaustra appena sopra l'ingresso principale della sacrestia, sono decorate con stoffe bianche per distinguerle dalle altre. Sono le quattro arche appartenenti a: re Alfonso I, detto il magnanimo, il capostipite della dinastia. Questa tomba è l'unica che è stata trovata vuota perché nel 1606 il corpo del re, come da testamento, è stato spostato in Spagna al monastero di Santa Maria di Poblet. Subito dopo abbiamo la tomba di suo figlio Ferdinando, detto Ferrante. Poi ancora Ferrandino suo figlio. L'ultima, color avorio, appartiene alla regina Giovanna, quarta figlia di re Ferrandino.
A partire dagli anni ‘80 del Novecento i corpi sono stati analizzati dagli studiosi dell'università di Pisa, che sono riusciti a capire le cause della loro morte. All'interno della sacrestia c’è la sala degli arredi sacri dove si conservano le vesti e gli oggetti dei corredi funerari che sono stati prelevati dalle arche. Purtroppo, sono conservati in grandi armadi, all'interno di cassettoni a scorrimento. E' stato complicato fotografarli; ce ne hanno mostrati solo qualcuno di sfuggita. C'è solo un esemplare esposto in bella mostra su un manichino.
Quando visitiamo San Domenico, il nostro sguardo viene attratto proprio dai bellissimi e monumentali sepolcri; sono molto di più che tombe, sono libri di pietra che raccontano le storie delle antiche famiglie napoletane e della società in cui vissero. Nel Trecento possedere una cappella o una sepoltura all'interno di una chiesa, soprattutto se di ordine mendicante, aveva una grande importanza perché significava poter dimostrare l'antica posizione di prestigio della famiglia. La chiesa di San Domenico maggiore era diventata molto importante per la presenza di San Tommaso d’Aquino e per questo motivo fu scelta come sede di riferimento dalle famiglie nobili del seggio di Nido, il più antico della città. La scelta del luogo di sepoltura rivelava il proprio status. Essere sepolti all'interno di San Domenico era un vero e proprio onore.
Uno di questi monumenti funebri famosi si trova nella cappella di San Giovanni Evangelista ed è quello di Antonio Carafa, detto “malizia” per le sue abilità politiche. Il Carafa fu infatti colui che organizzò nel 1420 l'adozione di Alfonso d’Aragona da parte di Giovanna II d’Angiò Durazzo divenendo quindi il responsabile della venuta a Napoli degli aragonesi.
Un altro interessante monumento funebre è quello di Alfonso Rota, realizzato da Giovanni Antonio Tenerello. Questi sepolcri e queste cappelle sono miniere di informazioni per chi sa leggere il linguaggio simbolico e iconografico con cui venivano realizzati che qui è quello tipico del Rinascimento napoletano. Gli elementi visibili codificano messaggi legati allo status sociale, alle virtù del defunto e alla concezione cristiana del passaggio nell'aldilà.
I Leoni araldici e custodi. Alla base del sarcofago si trovano due sculture di leoni. Nell'iconografia funeraria del tempo, essi ricoprono una duplice funzione: Forza e Nobiltà, rappresentano il prestigio e il valore militare o morale del casato dei Rota;
Custodia Sacra, il leone è storicamente il guardiano del sonno eterno. Simboleggia la protezione delle spoglie terrene contro le forze del male e la profanazione.
Il "Gisant" (La figura distesa), il sonno eterno.
La statua di Alfonso è scolpita in posizione distesa, con la testa adagiata sul braccio flesso. Non viene rappresentato lo strazio della morte, ma la visione umanistica e cristiana del defunto che "riposa" in attesa della resurrezione.
La transizione serena. La postura rilassata indica la pace dell'anima che ha abbandonato le fatiche terrene.
Il Medaglione e il Profilo (Clipeo)
Sul lato sinistro della parete è collocato un clipeo marmoreo (un medaglione circolare) contenente il profilo in rilievo di Alfonso. Immortalità della memoria: Il ritratto di profilo, derivato dalla numismatica romana antica, serve a eternare la fisionomia del defunto per i posteri. Fama e virtù civiche: Eleva la figura storica del singolo individuo celebrandone l'intelletto e le virtù umane.
Le Ghirlande e i Festoni. Il corpo del sarcofago è decorato con festoni vegetali e ghirlande ricadenti. Trionfo sulla morte: Derivate dagli antichi monumenti romani, le ghirlande rappresentano la vittoria della vita eterna sul decadimento della carne.
La fioritura dell'anima: Simboleggiano i frutti delle buone azioni compiute in vita dal defunto.
Il contrasto simbolico con il fratello Bernardino
Mentre la tomba di Alfonso si concentra su elementi araldici tradizionali e virtù nobiliari, il monumento frontale del fratello Bernardino Rota (celebre poeta) include le allegorie del Tevere e dell'Arno. Queste figure simboleggiano rispettivamente la lingua latina e la lingua italiana, le due lingue in cui Bernardino scriveva i suoi componimenti poetici.
