“I GATTI HANNO VISSUTO PER MIGLIAIA DI ANNI DOVE ORA È ISTANBUL. HANNO VISTO IMPERI SORGERE E CADERE. SEBBENE AMATI E CURATI DA MOLTI, VIVONO SENZA AVERE PADRONI. AMATI, DISPREZZATI O IGNORATI, SONO INDISCUTIBILMENTE UNA PARTE DELLA VITA DI OGNUNO DI NOI” (Ceyda Torun)
Se si osserva Istanbul con lo sguardo del viaggiatore e non con quello distratto e frettoloso del turista, allora non si potrà fare a meno di notare una cosa singolare: la incredibile quantità di gatti in città. Sono ovunque, in tutti i quartieri, al porto, a Balat, sulle alture di Fatih e di Çamlıca. Vagano nella metropolitana, sui tetti, entrano ed escono dai bazar e dai mercati coperti, si nascondono tra i tavoli dei caffè, nei negozi, nelle librerie, persino nelle moschee, osservatori silenziosi del mondo che passa. Sono tranquilli, spesso assai socievoli, hanno lo sguardo fiero, l’atteggiamento di chi non deve nascondersi o fuggire per sopravvivere, l’aria di essere i padroni di questa grande metropoli.
Ogni gatto a Istanbul ha una sua personalità, un suo carattere marcato, un suo territorio, una sua routine giornaliera più o meno costante che, se si conosce, permette di sapere con buona approssimazione dove si trova ad una certa ora. In estate cercano l’ombra dei parchi o delle grandi moschee, dove trovano anche acqua fresca. In inverno si rifugiano nella metro, nei negozi e nei i grandi bazar del centro.
Come Istanbul è geograficamente e idealmente a cavallo tra due mondi, Oriente ed Occidente, anche i gatti lì vivono a cavallo tra due mondi: non sono tecnicamente dei randagi ma nemmeno hanno un padrone, vivono integrati come parte della comunità. E la comunità li nutre, li protegge, gli porta cibo, gli offre dei ripari contro la pioggia e contro il freddo. Ovunque, cucce di fortuna, ciotole con acqua e cibo. Il comune stesso ha disposto in giro distributori di croccantini che i cittadini con pochi spiccioli donano ai felini.
Ogni abitante di Istanbul può essere considerato un “gattaro”. Massaie, studenti, commercianti … nessuno esce di casa senza del cibo da poter dare ai gatti. Alcuni adottano dei gatti in particolare, chiamandoli per nome e curandoli per anni. I gatti sono icone al pari di Hagìa Sofìa, della grande Moschea Blu, del Bosforo, del döner kebab o del tè al melograno. Persino i negozi vendono articoli e gadgets a tema felino (cuscini, borse, portachiavi, peluche etc.).
Si dice che a Istanbul i gatti siano più numerosi delle persone. Anche se una stima precisa non è possibile, si calcola che siano diverse centinaia di migliaia. Questo ha fatto guadagnare ad Istanbul il soprannome di “Catstanbul”, indubbiamente la città con la più alta concentrazione di gatti al mondo.
Ma quale è l’origine di un rapporto così stretto tra Istanbul e i suoi gatti? Una leggenda dice che Maometto stesso li amava così tanto che preferì tagliare una manica della tunica, su cui era addormentato il suo gatto, piuttosto che disturbare il suo sonno. Dunque, è comprensibile che vi sia un atteggiamento diremo di venerazione verso questi felini. Tuttavia, è più facile intuire che una città così grande e crocevia di tanti commerci nei secoli si sia dovuta difendere dal proliferare dei topi, proverbialmente portatori di tante terribili epidemie, come la yersinia pestis (peste nera) presente nei loro parassiti.
Che siano motivi spirituali o pratici, i gatti qui vivono come veri pascià, amati e coccolati dalla città intera. Tale amore è stato celebrato anche da un documentario del 2016 chiamato "Kedi, La città dei gatti" della regista turca Ceyda Torun. Kedi vuol dire gatto in lingua turca ed il documentario parla dei gatti di Istanbul, in particolare seguendone le tracce e la vita di sette di loro: Sari (la vagabonda), Deniz (l’amicone), Bengu (l'amante), Aslan (il cacciatore), Psicopat (la matta), Duman (il gentiluomo), Gamsiz (il giocatore). Per chi volesse, è visibile in lingua italiana gratuitamente su youtube.
In conclusione, provo una certa ammirazione verso il popolo turco e la loro sensibilità verso gli animali, in un’epoca in cui sembra essersi smarrito il senso stesso di umanità. E la mia città, Napoli, mi rende sempre orgoglioso. Anche noi abbiamo il nostro angolo di felini turchi: il Giardino di Babuk. Si tratta di un recondito giardino di un celebre palazzo gentilizio che il professor Gennaro Oliviero ha acquistato e dedicato al gatto, Babuk, che portò da Istanbul a Napoli e li ha vissuto. La sua numerosa discendenza è ancora ben visibile nel giardino. Rimando ad uno scritto apposito di cui al link sotto.
