REAL ALBERGO DEI POVERI

Il Real Albergo dei Poveri è un potente simbolo di un’epoca segnata da una dinastia che la storiografia (quella di parte vittoriosa naturalmente) ha maltrattato e bollato come sanguinaria e retrograda. Certo, pesa anche l’esperienza breve e sfortunata della Repubblica napoletana del 1799, repressa nel sangue da Ferdinando IV. Un’analisi storica rigorosa ed onesta deve, tuttavia, tenere conto della cultura giuridica e sociale del momento storico, sia locale che internazionale. Col metro di oggi è fin troppo facile inorridire di fronte alle esecuzioni di Piazza Mercato, non c’è tema di discussione. Tuttavia, quella era un’epoca in cui gli ideali repubblicani e borghesi si stavano appena affacciando sul palcoscenico della storia, un’epoca in cui nobiltà e clero erano ancora al vertice del potere e il reato di “lesa maestà” era considerato il più grave, meritevole di morte in qualunque Stato, anche il più moderno e progressista. Si aggiunga che gli orrori della repubblica francese, quelli del periodo francese di Napoli e post-unitario ( aggiungerei anche quelli odierni) non sono certo stati minori. Dunque, per Napoli i Borbone, e particolarmente Carlo “il grande Re”, sono stati una vera primavera. Chi scrive è stato tacciato spesso di essere “neoborbonico”, ma se godere delle cose belle realizzate, difendere la propria storia e le proprie radici, esaltare un Re visionario che tra i primi ha avuto a cuore il suo popolo, non i borghesi o i benestanti ma gli ultimi, significa essere neoborbonici ... ebbene allora lo sono e dal profondo del cuore. Se, tuttavia, si guarda quel periodo storico con obbiettività e con lucidità possiamo affermare che nella mente di Carlo, come anche alla Corte dei suoi successori, certi ideali illuministici, propagandati anche dai filosofi e giuristi napoletani, Gaetano Filangieri in testa, erano già presenti. E mi dispiace per qualcuno, ma i libri andrebbero riscritti completamente ed in maniera onesta, accantonando certe menzogne e tante intenzionali dimenticanze di una storiografia post-unitaria che ha deliberatamente cancellato un popolo e la sua Storia. Noi siamo qui, e ci saremo sempre, a ricordarla. E il Real Albergo dei Poveri, meglio conosciuto a Napoli come Serraglio o Palazzo Fuga, è sconfinatamente grande per potere essere nascosto o ignorato.

Infatti, sembra che la sua facciata sia la più grande d’Europa. Lungo 360 metri (più di tre campi di calcio messi in fila), largo 140 mt., alto 42, superficie coperta totale 103.000 mq, 3 cortili da 6500 mq l’uno più 6 minori, 440 ambienti per una media di 8x40 mt.: sono numeri impressionanti anche al giorno d’oggi. Nella mente di Carlo di Borbone non era una residenza reale o un edificio celebrativo, ma un “semplice” ricovero destinato ad accogliere tutti i poveri e i derelitti dell’intero Regno. Ricordiamo che non fu il primo, Carlo aveva promosso l’avvio di un Albergo dei Poveri anche a Palermo. Va ricordato anche che non è l’unica opera di natura sociale realizzata a Napoli nel periodo borbonico; si annovera anche il cimitero delle 366 fosse, primo cimitero pubblico per i poveri in Italia che intendeva assicurare una dignitosa sepoltura ai non abbienti.


Così nel 1749 si affidò il progetto al celebre architetto Ferdinando Fuga; i lavori iniziarono nel 1751, un’opera faraonica che non fu mai completata nel progetto originale, anche per la morte di Fuga nel 1782. La costruzione proseguì con Re Ferdinando e si interruppe nel 1819 con l’albergo realizzato a circa metà del progetto. Quegli anni tumultuosi avevano stravolto il volto dell’Europa e del mondo lasciando il sogno visionario di Re Carlo incompiuto nella sua dimensione immaginata.

Tuttavia, a parte le difficoltà economiche a sostenere il completamento di un’opera così imponente, la ragione che stravolse il progetto originario fu anche determinata da una visione diversa e più organica che ebbe Ferdinando IV: non solo un ricovero ed un pasto, con tantissime stanze dormitorio, ma anche spazi più grandi dove installare fabbriche che insegnassero un mestiere agli sfortunati che finivano al Serraglio. Una visione quindi non puramente assistenziale. Così nel tempo il Real Albergo dei Poveri ha visto tantissime destinazioni d’uso accanto a quella di ricovero: dall'accoglienza e istruzione degli orfani come quelli dell’”Annunziata”, a scuola di musica, a scuola per sordomuti. In tempi più recenti, è stato centro rieducativo per minorenni, sede del tribunale per i minori ed archivio.

In particolare, il tribunale per i minorenni e il centro di rieducazione occupavano tutta l'ala occidentale del palazzo e comprendevano: il salone di udienza preliminare, l’ufficio del presidente di tribunale, l'ufficio del procuratore del Regno, le sale per gli avvocati, la camera di consiglio, la camera dei testimoni etc.. Il resto dell’edificio ospitava un'infermeria, una sala per le esposizioni, un refettorio con annessa cucina, ampie camerate di pernottamento, due palestre, due giardini, un'officina, un laboratorio artigianale, una cappella per le funzioni religiose, una scuola elementare, una scuola di psicotecnica.

Gravemente danneggiato dal sisma del 1980 che causò anche la morte di alcune persone, l’edificio fu di fatto precluso ad ogni attività. Nel 1981 entrò a fare parte dei beni del Comune di Napoli e conobbe un ventennio di abbandono. Fu sul finire del XX secolo che riaffiorò l’esigenza di recuperare il Real Albergo e dopo vari tentativi parziali di restauro finalmente un organico progetto. I lavori sono in corso e lo storico immenso edificio ospiterà biblioteche, musei tra cui parte della collezione del MANN Museo archeologico di Napoli non utilizzata che giace nei sotterranei, spazi espositivi, ristoranti, poli universitari ed una foresteria per studenti, spazi polifunzionali etc. Sono, quindi rispettati i vincoli giuridici che gravano sul bene: la destinazione socio-assistenziale e la destinazione storico-artistica. 

“ANCORA QUI” 

Durante i lavori di ristrutturazione sono emersi numerosi reperti originali legati anche agli usi che questo luogo ha avuto, appartenuti a chi visse tra queste mura. Tracce materiali di un’umanità sofferente: piatti, bicchieri, caffettiere, posate, letti, valigie, scarpe, scodelle, macchine da scrivere, preziosi documenti dell’esercito e altri reperti d’epoca. Ne è nata una commovente mostra espositiva dall’evocativo nome “ANCORA QUI”. E la sensazione è proprio quella, percorrendo gli immensi saloni in pietra di tufo che hanno visto innumerevoli storie di vita umana sofferente intrecciarsi: che siano ancora lì! I poveri oggetti di uso quotidiano che rivelano una vita dura, fatta di piccole cose, di minime possibilità, di miserevoli conquiste colpiscono il visitatore nel profondo dandogli la sensazione di non essere solo ad una mostra ma ad una sorta di proiezione immaginifica di un’epoca, peraltro nemmeno troppo lontana, aiutati anche dalla diffusione di suoni e voci rievocative. 

Napoli è una città che ha conosciuto grandezza e miseria, traguardi e tragedie, ma che non ha mai dimenticato gli ultimi e che ha fatto dell’accoglienza e della tolleranza il suo tratto distintivo. Il suo enorme edificio che, come l’araba fenice, risorge dalle ceneri dell’oblio ce lo ricorda e celebra anche colui che lo ha immaginato e voluto, Carlo di Borbone (che rifiutando la sudditanza di Napoli al papato, non volle assumere il nome di Carlo VII) nella piazza a lui intitolata ed erroneamente (o maliziosamente) chiamata Carlo III (tercero, il titolo che assunse quando divenne Re di Spagna).

 

FONTI STORICO TECNICHE: PAGINA DEL COMUNE DI NAPOLI

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