Istanbul è una metropoli in bilico tra oriente e occidente come i ponti che la collegano, trasandata e allo stesso tempo elegante. È un labirinto di anime perse in un oceano di spezie, di profumi e di colori. Ti aspetta seduta in terra con l'odore di tabacco e mare addosso. Sorseggiando un caffè nero come una notte senza luna, abbiamo capito che questa città non si visita, si respira. E sulle rive del bosforo, al tramonto, respirando la brezza marina abbiamo provato cosa sia l’Hüzün, qualcosa di simile alla nostra partenopea Apucundria, quella vena di sottile tristezza, una malinconia collettiva e profonda, tipica di chi vive sospeso nel tempo e nello spazio, tra le rovine di un antico e glorioso passato e la modernità frenetica. Lo sguardo altero degli onnipresenti gatti, il grido solitario dei gabbiani, il motore stanco dei vecchi traghetti e il fruscio del vento tra i cipressi dei cimiteri ottomani ce li porteremo dentro di sicuro.
Come avrete intuito Istanbul non è una collezione di monumenti o un viatico di must turistici da conquistare, ma una città da vivere ed assaporare poco per volta, lentamente, dove sono le piccole cose di tutti i giorni a stupire e lasciare il segno. La maestosità delle grandi moschee, illuminate da centinaia di piccole luci che sembrano anime in preghiera, i sottili minareti che si arrampicano in cielo, sono solo la glorificazione delle Yali (le vecchie case di legno ottomane sul bosforo) e dei vicoli di Balat e Uskudar, dove i panni stesi sembrano bandiere di regni dimenticati. Ritmi lenti, scanditi dalla chiamata del Muezzin alla preghiera che si diffonde di minareto in minareto e dal Çay, il rito del tè, rossastro, bevuto in bicchieri a forma di tulipano, seduti su uno sgabello basso.
2026, 16 aprile giovedì. Arriviamo a Istanbul alle tre del pomeriggio, sono trascorsi ben 24 anni dall’ultima volta. Alloggiamo sulla collina di Fatih, a circa una mezz’ora a piedi dalla città antica. Abbiamo l’intero pomeriggio per una prima uscita. Decidiamo così di raggiungere a piedi il Sultanahmet. È camminando a lungo verso la piazza dell’ippodromo e le grandi moschee, il cuore della città vecchia, che abbiamo scoperto una delle caratteristiche del luogo che non avevamo compreso nei viaggi passati: Istanbul è la città dei gatti. Ce ne sono ovunque e di bellissimi, ma ne parliamo diffusamente (link sotto)
Visitiamo una grande moschea vicino all’università, la moschea di Beyazid, ed il vicino mercato di libri Sahaflar. Il profumo di caldarroste in una piazza affollata ci riporta agli autunni in Italia. Del resto, la temperatura è tutt’altro che mite, con un vento gelido che viene dal mare. Riusciamo anche a fare un giro rapido al Gran bazar, sempre affollatissimo. Lentamente, attraversando larghe arterie percorse da grandi linee tranviarie e affollatissime viuzze ricche di bazar e mercati di ogni genere, siamo arrivati alla Piazza dell'Ippodromo. L’impatto con la storia millenaria di Istanbul toglie il fiato, facendoti sentire piccolo davanti a tanta bellezza. L'obelisco egizio svetta solitario, come un ago che tenta di cucire insieme epoche diverse. Poi, eccola, la Moschea Blu con i suoi sei eleganti minareti che sfidano le nuvole. È maestosa, ma in qualche modo leggera nella sua eleganza. Ci leviamo le scarpe, lo shock del contatto col freddo marmo svanisce sul morbido tepore dello sconfinato tappeto rosso steso su tutta l’area interna. Entrando, c’è tantissima gente, ma il rumore del mondo esterno è svanito; c’è un silenzio rispettoso della sacralità del luogo. Sopra di noi, migliaia di piastrelle di Iznik riflettono una luce bluastra, irreale, come se fossimo finiti dentro lo scrigno di un sultano malinconico.
A pochi passi, Santa Sofia con la sua mole stanca e magnifica, i mosaici cristiani che riaffiorano sotto le calligrafie arabe. Un edificio che ha alternato anima tante volte, ma che le conserva entrambe, quella cristiana e quella musulmana; per questo troviamo che Hagi Sophia sia la moschea più significativa di tutte, ormai un vero simbolo di pace e tolleranza. Un venditore di simit ci ha sorriso senza dire una parola, offrendoci quella ciambella di pane al sesamo che sa di strada. Guardiamo tanta gente passare e abbiamo capito che a Sultanahmet non sei un turista, sei un testimone di ciò che resta della grandezza ottomana. Sta facendo buio, il cielo sembra voglia confondersi con la grande moschea blu e d’improvviso si leva il canto inconfondibile del Muezzin, una vibrazione che ferma il tempo. È l’Al-’Isha. Le voci si intrecciano, di minareto in minareto, di moschea in moschea, l’aria si fa densa. Nell'Islam, i fedeli sono tenuti a eseguire la preghiera rituale obbligatoria (Salah) esattamente cinque volte al giorno. Questi momenti sono scanditi dalla posizione del sole: Al-Fajr, all'alba, prima del sorgere del sole; Az-Zuhr, a mezzogiorno, quando il sole ha superato lo zenit; Al-'Asr, nel pomeriggio, a metà tra mezzogiorno e il tramonto; Al-Maghrib: al tramonto; Al-'Isha: di notte, dopo che è scomparso il crepuscolo.
Non ci resta che trovare un posto per cenare qualcosa.
moschea di Beyazid
Sahaflar Çarşısı - bazar libri
büyük çarşı - Gran Bazar
Mavi Camii - Moschea blu
17 aprile, venerdì. Oggi abbiamo deciso di osservare Istanbul dalle sue alture, Çamlıca e la collina di Pierre Loti, per avere una visione d’insieme del bosforo, dei suoi ponti e della città. Nel pomeriggio, andremo a Balat, quartiere molto caratteristico e colorato. Al tramonto ci imbarcheremo per una minicrociera sul Bosforo su uno dei tanti vecchi traghetti ormeggiati lungo il canale.
La mattina presto, dunque, attraversiamo il confine invisibile del Bosforo, lasciando l'Europa per il lato asiatico della città. Saliamo sulle colline di Çamlıca, dove Istanbul smette di essere un labirinto di pietra e diventa un disegno geografico apparentemente senza fine. Lassù il vento soffia forte, l’aria è pulita e profuma di boschi. Da quell'altezza la città sembra un immenso tappeto di cupole e tetti che si perde all'orizzonte, tagliato in due dal nastro d'argento del Bosforo. Guardare Istanbul da Çamlıca dà una strana vertigine: capisci quanto sia immensa, quasi spaventosa nella sua grandezza, eppure profondamente ferma, come una modella che posa per un pittore. Abbiamo potuto osservare i traghetti che prenderemo stasera, in basso, lontani, piccoli come formiche, solcare l'acqua scura. Ognuno porta quotidianamente con sé tante storie di vita vissuta, nostalgie di ritorni, unendo due continenti con un battito di motore costante e rassicurante. Siamo poi andati nella vicina omonima Moschea, di recente costruzione, la più grande di Istanbul attualmente. Ci spostiamo adesso sulla collina di Pierre Loti, dedicata al visionario scrittore, dove prendiamo la teleferica.
Poi, come in una folle discesa sulle montagne russe, siamo tornati sulla sponda europea e per immergerci nel cuore antico di Balat. Se Sultanahmet è la Istanbul dei califfi e dei Sultani, Balat è la Istanbul della gente comune, delle minoranze, del tempo che graffia le pareti e lascia segni bellissimi. Camminare qui significa sprofondare in una nostalgia a colori. Le strade sono a volte ripidissime, acciottolate, e le case di legno risalenti all'epoca ottomana si inclinano l'una verso l'altra come vecchi amici che si sussurrano segreti. I muri, dipinti di ocra, turchese e rosso mattone, sono scrostati dal vento del mare, rivelando strati di vite passate.
A Balat il tempo ha un ritmo lento, familiare. Panni stesi al sole, il vociare di bambini che rincorrono un pallone sgonfio si mescola al tintinnio dei bicchieri di tè e le conversazioni dei vecchi seduti fuori dai caffè. Siamo arrivati fino in cima, fino alla maestosa sagoma rossa del Liceo Greco Ortodosso, che vigila sul quartiere come un castello di favole malinconiche.
Un gatto dal manto peloso e rossastro ci osserva imperturbabile da un muretto. Sembra il nume tutelare di questo vicoletto sgangherato. Proviamo ad avvicinarci per accarezzarlo e lui ci lascia fare; sembra gradire molto le coccole cui, anzi, sembra abituato. Questa è la vera magia di Istanbul, quadri di un pittore naif tra l'odore di bucato, di tè e di legno antico, dove la bellezza convive dolcemente con la sua stessa fine. È, ormai, pomeriggio avanzato e lasciamo Balat per andare ad imbarcarci.
Non c’è modo migliore per comprendere questa città che scivolare sulle sue acque mentre il giorno si arrende alla notte. Siamo saliti sul traghetto, trovando un tavolo all’interno. L’aria fuori inizia a farsi pungente e usciremo sui ponti esterni per fotografare fintanto che riusciremo a resistere al vento gelido. Appena i motori si sono avviati con il loro sordo la terraferma ha cominciato lentamente ad allontanarsi, e con essa il rumore dei mercati e del traffico. Davanti a noi si apre la nera voragine del Bosforo che fluttua tra due continenti. Il sole è ormai tramontato dietro la città, le sagome delle moschee di Sultanahmet, sulla sponda europea, si distinguono ancora benché la notte si appresta velocemente.
Saliamo sul ponte superiore per immortale questo spettacolo, resistendo al vento gelido che penetra nelle ossa. Sfilano gli eleganti palazzi di marmo bianco dei sultani e le grandi ville di legno, le Yalı, che sembrano galleggiare sull'acqua. Sulla sponda asiatica, le luci delle case iniziavano ad accendersi una ad una, come piccole stelle.
È passando sotto il grande ponte sospeso tra l'Asia e l'Europa che abbiamo provato quella strana felicità mista a tristezza che i turchi chiamano Hüzün. Istanbul non cerca di essere perfetta, cerca solo di non farsi dimenticare. Sfila acanto a noi la cd. Torre di Leandro, uno dei simboli più romantici di Istanbul, un tempo faro, poi fortezza, ora icona senza tempo, questa piccola isola racconta storie d’amore e mistero che resistono al passare dei secoli. Ormai la nostra resistenza al vento e al freddo è terminata; scendiamo giù nel grande salone al coperto e al caldo a sorseggiare un tè caldo per riprendere sensibilità. La città è ormai un tappeto scuro pieno di luci tremolanti. Ci guardiamo sorridenti, ormai il Bosforo ci è entrato dentro con la sua malinconia dorata, e sappiamo che un pezzo del nostro cuore rimarrà qui, tra le onde scure di questo canale. Torniamo nei pressi del nostro albergo dove ceniamo in uno degli innumerevoli bistrot in strada.
Çamlıca
Büyük Çamlıca Camii - Moschea di Camlica
Collina di Pierre Loti e teleferica
Balat
Beylerbeyi Sarayı - Palazzo Sultano
sul traghetto nel bosforo
18 aprile, sabato. Dopo essere arrivati nei pressi dell’ippodromo, proviamo a entrare a Yerebatan Sarnıcı, la cd. Basilica delle colonne, ma c’è una fila interminabile di turisti. Così andiamo torniamo indietro verso Fatih, per andare al bazar delle spezie. Essendo già ora di pranzo ed essendo l’ultimo giorno a disposizione per vedere quartieri più lontani, io e Anna ci separiamo dal gruppo per andare a Üsküdar sulla sponda asiatica. Dobbiamo prendere la metro e questo ci crea qualche difficoltà poiché non ci sono scritte in inglese, tutto è scritto in turco e solo la gentilezza e disponibilità delle persone, specie i più giovani, ci ha permesso di fare i biglietti corretti al distributore automatico e prendere la direzione giusta nel caos di corridoi della metro. Arriviamo abbastanza velocemente nel distretto di Üsküdar, dove compriamo delle sorte di piadine farcite di carne e insalata. Dobbiamo raggiungere il quartiere chiamato Kuzguncuk sulle tracce di una Istanbul che sta scomparendo: le sue antiche case di legno. Kuzguncuk è un pittoresco quartiere storico di Istanbul, celebre per la sua atmosfera da villaggio d'altri tempi, le iconiche case in legno colorate e una storica convivenza tra diverse comunità religiose. L’Atmosfera è tranquilla e autentica, non ci sono supermercati e grandi magazzini ma piccoli artigiani e mercati di quartiere. Camminare tra queste strade è come sfogliare un album di vecchie fotografie ingiallite. Le case, con i loro “cumba” (i balconi chiusi che sporgono sulla strada) sono bellissime pur nella loro decadenza e fragilità
Alcune sono state restaurate e brillano di accesi colori pastello, ma sono quelle più silenziose, con la vernice scrostata e le imposte socchiuse, a raccontare la storia di questi luoghi. Abbiamo cercato di immaginare le persone e le generazioni che hanno guardato da quelle finestre, le mani che hanno accarezzato quegli stipiti, i segreti sussurrati dietro quelle pareti che oggi sembrano trattenere il respiro per non crollare. C’è una dignità immensa in queste case; sanno che il cemento le circonda, che la modernità preme ai loro fianchi. Eppure, restano lì, custodi di un passato che non vuole morire. L’odore qui non è più quello dei Bazar, ma è un sentore di resina vecchia, di polvere sedimentata e di giardini nascosti oltre i muri di cinta.
Mentre scendevamo di nuovo verso il mare per tornare alla metro di Üsküdar abbiamo compreso che Istanbul non è fatta per durare per sempre nella sua forma, ma per restare eterna nel ricordo che ti lascia addosso. È qui, tra queste casette che sembrano castelli di carta pronti a volare via con un soffio di vento, che l’Hüzün si trasforma in tenerezza.
Kuzguncuk
19 aprile, domenica. Istanbul si è svegliata come in questi ultimi giorni, con un’aria tersa ed un cielo che alterna sole e nuvole. Questo clima accende i contrasti, rendendo ogni colore più profondo e ombre più nette. Oggi è il giorno del congedo da Istanbul. Alle 13.00 abbiamo appuntamento con la navetta che ci porterà in aeroporto. Abbiamo tempo fino a quell’ora per un ultimo giro a corto raggio. E fortunatamente a pochi minuti dall’albergo abbiamo il Mısır Çarşısı, il bazar delle spezie e la imponente moschea di Solimano il magnifico.
Nel Mercato delle Spezie, sotto le alte volte di mattoni, l’aria è satura di colori e profumi che ti stordiscono. Il rosso violento del sommacco, l'oro terroso della curcuma e il nero profondo del pepe creavano un arcobaleno di polvere tra i banchi. I mercanti magnificano la loro merce ai passanti e il vapore che esce dagli immancabili bicchieri di tè si perde nell’aria. In quel caos ordinato, tra sacchi di cannella e petali di gelsomino, abbiamo intravisto l’anima commerciale millenaria della città.
Usciti dal mercato, abbiamo percorso la salita verso la Moschea di Solimano. La strada è ripida, ma la fatica viene ripagata dal silenzio che aumenta a ogni passo, lasciandosi alle spalle il frastuono di Eminönü.
La grandezza, non solo in senso di vastità, e la solennità di Solimano si avverte subito già appena entrati dalla porta che varca le mura. Sotto il cielo nuvoloso, le cupole di piombo sembravano fondersi con le nuvole stesse. Il grido di un corvo che sorvolava i minareti ci accompagna mentre ci leviamo le scarpe per accedere alla moschea.
L’interno è un trionfo di spazio e luce filtrata. Le vetrate colorate mandavano riflessi tenui sul tappeto immenso, mentre le lampade basse creavano cerchi di luce calda. Fuori in due tempietti appositamente dedicati, una sorta di Pantheon, ci sono i sepolcri dei sultani che si sono succeduti. Mi sono seduto in un angolo, appoggiando la schiena a una colonna fredda. Dallo spiazzale innanzi all’ingresso principale si gode una vista mozzafiato sul Corno d'Oro. Il nostro breve viaggio termina qui, in uno dei luoghi più belli più sacri di questa meravigliosa metropoli.
Mısır Çarşısı - Bazar delle spezie
Istanbul non è solo una città, è uno stato dell’anima. È un luogo dove torneremo sempre e dove abbiamo imparato che la bellezza più autentica non sta nella perfezione, ma in ciò che sopravvive al tempo senza nasconderne i segni, mostrando orgogliosi le proprie fragilità.
