SALA VICO
Il Complesso dei Girolamini di Napoli è uno dei luoghi più sorprendenti di tutto il centro antico della città. A dirla tutta, è un luogo che lascia letteralmente senza fiato. È costituito da: una grande chiesa con accesso su Largo dei Girolamini, detta "la Domus Aurea" per le sue sfarzose decorazioni in oro, marmi e madreperla. Ospita capolavori del tardo-manierismo e del barocco, tra cui un maestoso affresco di Luca Giordano sulla controfacciata; una Biblioteca, la più antica di Napoli; custodisce oltre 150.000 volumi, rari manoscritti ed anche una collezione di preziosi spartiti musicali. Vi si accede dal civico 114 di via Duomo; la Quadreria, ricca collezione d'arte che raccoglie dipinti fondamentali della scuola napoletana e di artisti attivi in città; due Chiostri, il monumentale Chiostro degli Aranci (caratterizzato da alberi di agrumi) ed uno più piccolo, il Chiostro Maiolicato.
Il complesso fu fondato nel 1586 dai padri Oratoriani di San Filippo Neri e, dunque, nonostante ciò che suggerisce il nome, il complesso non ha alcun legame con San Girolamo. Il nome “Girolamini” ricorda la provenienza dei suoi fondatori dalla Chiesa di San Girolamo della Carità di Roma. Nel 1575 il presbitero Filippo Neri istituì, presso la Chiesa di Santa Maria in Vallicella a Roma, la Congregazione dell’Oratorio, riconosciuta ufficialmente nel 1575 da papa Gregorio XIII con la bolla Copiosus in misericordia. Fin da subito provvide alla creazione della Biblioteca ancora oggi nota come Biblioteca Vallicelliana. La biblioteca non era una semplice biblioteca storica e di conservazione, ma aveva il compito di promuovere e diffondere la cultura ecclesiastica e la vita letteraria e scientifica della Congregazione, affinché i suoi seguaci potessero disporre di strumenti culturali utili per lo svolgimento della loro missione religiosa. Proprio nell’ambito del progetto di diffusione dei principi della Congregazione, giunsero nel 1586 a Napoli gli oratoriani Talpa, Ancina, Borla e Tarugi che fondarono la casa napoletana dei padri Filippini e si dedicarono alla formazione di una seconda Biblioteca. Dunque, la biblioteca ed in generale la raccolta del patrimonio librario costituiva il nucleo principale della missione oratoriana.
La biblioteca dei Girolamini (o anche biblioteca statale oratoriana del monumento nazionale dei Girolamini) è la più antica biblioteca pubblica di Napoli, e seconda in Italia dopo la civica Malatestiana di Cesena. Dotata di un'importante raccolta libraria e di un archivio musicale operistico, anche grazie alle particolari norme che regolavano l’ordine, come la mancanza del voto di povertà; infatti, i padri filippini ebbero piena autonomia dei propri beni e acquisirono, a proprie spese, il materiale librario. Iniziò così un graduale processo di arricchimento librario della nuova libreria “comune e pubblica”. Contrariamente agli usi degli ordini monastici che non ammettevano il pubblico nelle loro biblioteche, l’Istituto, fin dall’inizio, fu aperto al pubblico. Il fatto che la Biblioteca fosse pubblica diede vita a intensi rapporti culturali tra intellettuali laici e Filippini, evidenziando sempre più la straordinaria apertura della Congregazione rispetto alla chiusura del periodo della Contro-riforma.
La Biblioteca fu frequentata in tutte le epoche da intellettuali, ma c’è una persona che più di tutte ha legato il suo nome a questa istituzione: Giambattista Vico. Il legame tra Giambattista Vico e il complesso è profondo e indissolubile. Il filosofo napoletano, autore della celebre “Scienza Nuova”, non solo considerava questo luogo la sua "casa spirituale e di studio", ma ne ha plasmato per sempre l'identità culturale. Giambattista Vico è stato uno dei più assidui frequentatori della biblioteca. La sua casa era ad un passo, in via San Biagio dei Librai 31, dove adesso c’è una lapide commemorativa posta da Benedetto Croce in piena guerra mondiale (1941). Al piano terra c’era la libreria del padre dove si dice che il giovane Giovanbattista trascorresse ore a leggere a lume di candela. La biblioteca conserva le prime edizioni di tutte le sue opere donate da Vico ma anche parte del suo patrimonio librario personale tra cui l'Etymologicum linguae latinae di Gerhard Johann Voss. Tuttavia, l'atto d'amore più grande di Vico per i Girolamini si consumò nel 1727. Il celebre collezionista e intellettuale napoletano Giuseppe Valletta possedeva una biblioteca privata dal valore inestimabile, ricca di testi rari, edizioni antiche e reperti d'arte. Alla morte di Valletta, la collezione rischiava la dispersione o l'incuria. Vico comprese il rischio oltre l'immenso valore culturale della collezione e convinse i padri oratoriani ad acquistare l'intero blocco librario. Grazie a questa intuizione, la biblioteca dei Girolamini si arricchì di circa 18.000 volumi preziosissimi, diventando un faro culturale di livello europeo. Vico si occupò personalmente del fondo ed il catalogo è ancora presente tra i volumi della biblioteca.
Il fondo Valletta si aggiunse al primitivo fondo filippino dei padri oratoriani, che comprendeva testi di storia ecclesiastica, teologia e le Sacre Scritture. Nel tempo si aggiunsero, per acquisto o per dono, altri fondi, tra i quali il fondo Gervasiano, con testi di archeologia, numismatica bibliografia e letteratura classica, e il fondo Valieri.
Per la varietà e ricchezza dei suoi fondi la Biblioteca dei Girolamini è una biblioteca unica, specializzata in teologia cristiana, filosofia, storia della Chiesa, musica sacra, ma con un’apertura anche alla letteratura e alla filosofia.
Purtroppo, l’immenso patrimonio ha finito per stimolare appetiti criminali e la biblioteca ha subito nei secoli svariati saccheggi. Uno dei peggiori si è consumato tra il 2011 e il 2012. In totale vennero sottratti oltre 2.000 volumi antichi e rarissimi, tra cui incunaboli, prime edizioni di Galileo Galilei, Niccolò Copernico, e testi originali di Giambattista Vico. Le indagini, avviate nel 2012 dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, portarono al sequestro immediato della struttura. L'inchiesta travolse anche figure della politica e del collezionismo come l'ex senatore Marcello Dell'Utri.
Le operazioni per tracciare e riportare a Napoli i libri non si sono mai fermate. Centinaia di volumi sono stati intercettati presso le più grandi case d'asta europee. Nel 2015, ad esempio, le autorità della Germania hanno restituito all'Italia oltre 500 libri storici confiscati a Monaco di Baviera. La caccia ai volumi mancanti è rimasta aperta per anni. Tra il 2023 e il 2024 sono state emesse nuove misure di sequestro per ulteriori 361 opere identificate sul mercato d'antiquariato. La ricerca è stata resa complicata perché i trafugatori strapparono le pagine (solitamente pagina 100) contenenti i timbri di appartenenza della biblioteca per rendere i volumi irrintracciabili sul mercato nero globale.
Dopo dieci lunghi anni di sigilli e lavori di catalogazione, la biblioteca è stata parzialmente dissequestrata fino ad arrivare alla definitiva riapertura ufficiale al pubblico. Oggi gran parte dei capolavori è tornata a risplendere all'interno delle sale storiche restaurate.
Oggi la Biblioteca dei Girolamini di Napoli dipende dal Ministero della Cultura ed è un Istituto dotato di autonomia speciale a seguito del DPCM 169/2019. È una delle biblioteche più ricche del Mezzogiorno e il suo patrimonio librario consta di circa 159.700 unità tra volumi antichi e moderni e opuscoli.
Passando a descrivere il complesso in concreto, si può senz’altro cominciare proprio dal suo pezzo forte, la biblioteca. La biblioteca ha sei sale: sala Vico, Sala Camino, Sala Croce, Sala Ferrara, Sala Colonna e Sala dell’archivio musicale.
Il suo cuore è senza dubbio dalla Sala Grande o Sala A, meglio conosciuta come Sala Vico ovviamente dedicata a Giovanbattista Vico in segno di eterna riconoscenza.
La sala fu realizzata tra il 1727 e il 1736 allo scopo di raccogliere il primitivo fondo Filippino e il fondo Valletta. Si accede alla sala attraverso la porta originaria in legno di noce a due bande, opera di Gennaro Pacifico, incorniciata da un portale in marmo, realizzato intorno alla metà del XVIII secolo da Francesco Pagano, sormontato da una scultura raffigurante San Michele Arcangelo.
Le scaffalature, progettate dall’architetto Arcangelo Guglielmelli per l’ordine inferiore e Muzio Anaclerio per l’ordine superiore, copre tutte le pareti della sala ed è composta da 46 scansie in legno di noce beneventano disposte su due livelli. I volumi sono collocati per formato, suddivisi nei palchetti, e per materia. In cima ad ogni scansia grandi cartigli indicano la materia trattata: Biblia Sacra et Bibliorum Interpretes, Concionatores, Ascetici, Historici Sacri, Historici Profani, Geographi et Chronologi, Poetae, Oratores et Oratores Miscellanei, Antiquarii, Grammatici et Lexicographi, Mathematici, Philosophi et Medici, Ius civile et politici, Ius canonicum et Concilia, Theologi morales, Scholastici, Theologi dogmatici, Sancti patres.
Nella biblioteca trovano spazio anche i libri proibiti e censurati dalla Chiesa appartenenti all'antico Index librorum prohibitorum.
Potrebbe sembrare paradossale la presenza di questo genere di volumi ma considerando l’approccio moderno e poco convenzionale dei padri fin dalle origini si resta meno sorpresi. I Padri Oratoriani adottarono un approccio flessibile e culturalmente aperto verso i testi all'Indice. A differenza di altri ordini religiosi, custodivano ed esaminavano i testi proibiti per comprendere le tesi degli avversari e dei pensatori eterodossi, anziché distruggerli. Inoltre, con l'acquisizione del fondo Valletta censito nel 1726, entrarono nella biblioteca numerosi testi di teologia protestante, morale e filosofia critica (opere di Limborch, Grozio, Toland e Leibniz). Ad ogni buon conto, nel catalogo e sui palchetti fisici della biblioteca, i volumi ritenuti pericolosi dalla Santa Sede venivano confinati in settori protetti ed esplicitamente bollati come proscripti (proscritti), richiedendo speciali permessi papali o ecclesiastici per la loro lettura. Precisamente, li trovate nello scaffale di sinistra sotto il ritratto di San Filippo Neri.
Tra le scaffalature dell’ordine superiore e il soffitto si dispiega una fascia con medaglioni dipinti, su cui sono raffigurati i ritratti dei più celebri padri filippini. Sul soffitto, costituito da tavole lignee, un maestoso dipinto su tela raffigura il trionfo della fede sulla scienza. Ai lati, nelle lunette sono rappresentate le figure allegoriche di arti e scienze (pittura, scultura, geografia, medicina, diritto, agricoltura, commercio), realizzate dai pittori Francesco Malerba e Cristoforo Russo, su disegno di Carlo Schisano.
La chiesa dei Girolamini è legata all’arrivo a Napoli dei padri oratoriani. Già nel 1583 Filippo Neri e Cesare Baronio entrano in contatto con i Teatini napoletani, ma soltanto nel 1586, su invito dell’arcivescovo di Napoli, Annibale di Capua, giungono a Napoli i più stretti collaboratori di San Filippo, i padri oratoriani Antonio Talpa, Francesco Maria Tarugi e Giovenale Ancina.
Grazie ad una donazione di 5.800 ducati, ad opera dei nobili napoletani, acquistano il palazzo Seripando e Filomarino, creando i presupposti per l’insediamento in città della comunità. Dopo un breve periodo in cui sono ospitati nel complesso degli Incurabili, fondano la comunità, dedicata, come quella di Roma, alla pratica dei sacramenti e all’assistenza morale e materiale dei fedeli più poveri e ammalati.
Entro l’edificio di Carlo Seripando (corrispondente al corpo di fabbrica compreso tra i civici 142 e 144 di via Duomo) i padri, su probabile direzione del fiorentino Dionisio di Bartolomeo Nencioni, vi costituiscono dal 1587 una primitiva chiesa e l’oratorio.
A partire dal 1590 e fino al 1659, gli Oratoriani ricevono numerose donazioni in loro favore, fino a possedere un’insula costituita da 37 proprietà, grande 180 x 68 metri.
Intorno al 1590 comincia la costruzione dell’attuale chiesa, da un progetto dell’architetto fiorentino Giovan Antonio Dosio, in collaborazione con padre Antonio Talpa. La chiesa, dedicata alla Natività di Maria e tutti i Santi, presenta una pianta basilicale, a croce latina, con tre navate divise da 12 colonne di granito bigio per lato, provenienti dall’isola del Giglio.
La posa della prima pietra è celebrata, simbolicamente, il giorno dell’Assunzione della Vergine del 1592, in ossequio alla intitolazione alla natività di Maria e a tutti i Santi. Il cassettonato ligneo, eseguito tra il 1624 e il 1626, è opera di Marco Antonio Ferrara, Nicola Montella e Giacomo de Simone.
Per la consacrazione dell’edificio bisogna però aspettare il 1658 con il completamento delle cappelle delle navate minori, ma soltanto nel 1780, con le modifiche della facciata ad opera dell’architetto Ferdinando Fuga, si può dire concluso il progetto dei padri.
L’abside presenta un dipinto dedicato alla Madonna della Vallicella, opera del siciliano Luigi Rodriguez. Due maestosi Angeli Reggifiaccola, di Giuseppe Sanmartino, coronano la balaustra marmorea. Ai lati dell’abside rettangolare sono presenti due cappelle intitolate a San Filippo Neri (a sinistra) e all’Immacolata (a destra). Due cappelloni, dedicati alla Natività e ai Santi Martiri, concludono i due bracci laterali del transetto.
La navata maggiore presenta, nei pennacchi, una lunga teoria di santi e martiri, affreschi realizzati dal piemontese Giovan Battista Binasci. Le navate minori presentano volte a cupolino su peducci nelle singole campate e le volte a botte, che definiscono le cappelle laterali, il transetto e l’abside, sono realizzate con motivo a lacunari. La ricca decorazione a oro e la profusione di stucchi e marmi fecero guadagnare alla chiesa la definizione di Domus Aurea.
La controfacciata è affrescata da Luca Giordano nel 1684, con la Cacciata dei Mercanti dal tempio; ai due lati dell’ingresso, due affreschi di Ludovico Mazzanti, realizzati nel 1735 e che rappresentano La Morte di Ozia e la Cacciata di Eliodoro dal tempio, decorano l’accesso ai campanili.
Le cappelle laterali, sei per lato, presentano tutte lo stesso schema: un altare centrale, con una grande tela dedicata al santo che dà il nome alla cappella, e due tele laterali, di dimensioni minori.
Luca Giordano, Guido Reni, Pietro da Cortona sono solo alcuni dei grandi nomi degli artisti che parteciparono all’impresa decorativa del tempio, facendone un unicum di armonia e ricchezza, e rendendo il monumento tappa fondamentale negli itinerari barocchi della città.
Tutto il complesso è attualmente interessato da cospicui lavori di restauro e molti ambienti non sono accessibili.
Completiamo brevemente la descrizione del complesso che è sorprendente in ogni angolo sperando di potere presto farlo anche con immagini.
SAGRESTIA
La sagrestia è uno degli spazi più suggestivi del complesso monumentale; era anche l’antico luogo di esposizione e conservazione della quadreria dei padri. L’ambiente è successivo al 1612 quando l’originaria sagrestia viene trasformata nella cappella dedicata a San Filippo Neri.
Frutto della sovrapposizione di più interventi avvenuti nel corso del Seicento, l’attuale aspetto è legato alle trasformazioni volute dal cardinale Vincenzo Maria Orsini, futuro papa Benedetto XIII, devoto di San Filippo Neri. Infatti, durante l’incarico di arcivescovo di Benevento, egli sopravvisse al terremoto del 1688 perché protetto da un armadio contenente un’immagine del santo. Ritenendosi miracolato, volle restaurare a sue spese la sagrestia: infatti, il pavimento a commesso marmoreo conserva lo stemma del cardinale, riportato anche nelle decorazioni lignee degni armadi in noce, che ricoprono le pareti.
Nella volta un affresco che raffigura la Gloria di San Filippo, che l’antica guida seicentesca di Carlo Celano attribuisce a Luca Giordano, è probabile opera di Giovan Battista Beinaschi, già autore dei pennacchi della chiesa; le quadrature, aggiunte nel corso del Settecento, sono state eseguite da Nicola Maria Rossi.
I CHIOSTRI
Il chiostro della “porteria” occupa parte del palazzo Seripando, prima acquisizione dei padri. Realizzato tra l’ultimo decennio del ‘500 e gli inizi del ‘600, fu progettato da Giovanni Antonio Dosio, in collaborazione con Dioniso Nencioni di Bartolomeo.
L’impianto presenta una pianta quadrata, archi a tutto sesto e colonne in marmo bardiglio di reimpiego: documenti antichi attestano che l’architetto Bartolomeo Nencioni si recò, nel 1596, a Pozzuoli per il recupero di colonne d’epoca romana. Gli ambulacri interni presentano volte a vela.
Una Madonna della Vallicella in bassorilievo, collocata di fronte all’accesso al chiostro, sovrasta la struttura. Un antico pozzo è collegato all’acquedotto sotterraneo d’epoca romana.
Il pavimento è composto da mattonelle in cotto alternate a mattonelle in maiolica; queste ultime presentano un disegno della stella a otto punte, simbolo mariano. Un’unica mattonella, collocata all’ingresso, si distingue dalle altre perché è decorata con il simbolo della croce di Malta.
Il chiostro detto “degli aranci” fu realizzato entro la prima metà del XVII secolo, ad opera degli architetti Dionisio Nencioni di Bartolomeo e Dionisio Lazzari. L’aranceto che dà il nome al chiostro occupa un livello più basso rispetto al portico che lo circonda e vi si accede da due rampe di scale collocate lungo due dei quattro lati. Archi monumentali intervallati da lesene e capitelli incorniciano il giardino. Le cornici e le finestre che sovrastano gli archi, in piperno grigio, creano un armonioso distacco rispetto al bianco che caratterizza le pareti.
QUADRERIA
Frutto di donazioni varie, di cui la più corposa appartenente al pugliese Domenico Lercaro, la collezione di tavole e dipinti su tela comprende opere che vanno dai primi anni del Cinquecento fino alla prima metà del Settecento. Le opere rappresentano l’evoluzione della pittura religiosa: per il nucleo delle opere cinquecentesche, sono presenti opere di pittori meridionali appartenenti alla scuola del primo manierismo, quali Andrea da Salerno, Agostino Tesauro, Giovan Filippo Criscuolo; la cultura controriformistica è rappresentata dai pittori napoletani Fabrizio Santafede, Giovanni Antonio D’Amato, Girolamo Imparato che ben dialogano con le opere del teorico d’arte Federico Zuccari, con Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, il pittore preferito di san Filippo Neri, con Francesco Curradi, esponente della pittura devozionale fiorentina, con il romano Cavalier d’Arpino e con gli altri esponenti del tardo manierismo umbro e toscano, Francesco Allegrini e Francesco Vanni.
A rappresentare il Seicento naturalistico vi sono diverse opere di Battistello Caracciolo, Jusepe de Ribera e Andrea Vaccaro. Guido Reni, insieme all’allievo Francesco Gessi, testimoniano le novità della corrente classicista emiliana, influenzando il nuovo corso della pittura napoletana che, abbandonando i dettami naturalistici caravaggeschi del primo decennio del Seicento, si evolve in direzione di una pittura più piacevole e fantasiosa. Il napoletano Massimo Stanzione e il pugliese Cesare Fracanzano rappresentano il trait d’union di questo processo che porterà, a fine secolo, l’esplosione della pittura barocca di Luca Giordano. Sono presenti in collezione anche alcuni bozzetti di Francesco Solimena e Ludovico Mazzanti e dei piccoli dipinti su rame o tavola di ambito nord-europeo, di carattere devozionale privato. Alcune delle opere in origine furono realizzate per essere esposte in chiesa, come ad esempio, la serie di Apostoli di Ribera e il dipinto di Santafede, I figli di Zebedeo davanti a Cristo, ricordato, in una fonte del 1626, nella quinta cappella sinistra della navata.
Fonte : Complesso museale e biblioteca dei Girolamini
Un particolare ringraziamento alla Dott.ssa Angelica Parisi per la consulenza storico artistica di cui abbiamo fatto prezioso tesoro
