Nella sezione mosaici al primo piano del MANN museo archeologico di Napoli, catalogato come reperto 109982, fa bella mostra di sè il cosiddetto “memento mori” (letteralmente “ricordati che devi morire”). Si tratta di un cd. emblémata, sorta di medaglione inserito al centro del pavimento mosaicato, di cui il MANN conserva numerosi esemplari. Il reperto databile al I sec. a.c. è stato ritrovato nel 1830 a Pompei, proveniente da una casa con annessa bottega, per la precisione una conceria. Il mosaico è appunto un emblema in II stile che decorava il pavimento del triclinium (sorta di sala pranzo dove si consumavano i pasti stesi sui klinai). Le allegorie sulla morte, come il memento mori, erano frequenti nella decorazione dei triclini, una contrapposizione tra i piaceri della vita e l'ineluttabilità della morte, un concetto della filosofia epicurea cioè l'invito a godere dei piaceri della vita consapevoli del destino che tocca a ciascuno di noi. Questo lo possiamo affermare perché ci sono altre testimonianze di questa associazione per contrapposizione tra i piaceri del banchetto e la morte, come ad esempio “lo scheletro con brocche” oppure i bicchieri di Boscoreale, oggi conservati al Louvre di Parigi, che sono interamente decorati con piccoli scheletri e altri simboli.
Un passo del Satyricon di Petronio, la celebre “Cena di Trimalcione” recita: “Mentre bevevamo e ammiravamo tutte quelle ricchezze, un servo recò uno scheletrino di argento, congegnato in modo che giunture e vertebre si piegavano in tutte le direzioni. Quando Trimalcione l’ebbe gettato un paio di volte sulla tavola, esso prese diverse posizioni e allora egli esclamò: “Ahi, noi miseri, che verme di terra è mai l’uomo! Così appariremo tutti il giorno in cui l’Orco ci avrà preso. Dunque, viviamo finché si può star bene!”. Lo scheletrino d’argento con cui Trimalcione esorta i suoi commensali a godere dei piaceri della vita non è un’invenzione letteraria di Petronio, ma erano degli ornamenti da tavola utilizzati durante i banchetti, detti larvae conviviales (spettri da tavola), di cui c’è una preziosa testimonianza da Pompei (reperto 109688).
Dunque, questo mosaico è stato premonitore e profeta della tragedia del 79 d.c. che distruggerà completamente Pompei.
In una collezione così sontuosa, il memento mori bisogna andarselo un po’ a cercare. Si tratta di un piccolo quadretto di appena 47x41 cm, anche abbastanza nascosto, ai margini di una saletta. Tuttavia, la sua potenza espressiva e simbolica lascia stupefatti. La scena è ricchissima di simboli che, come detto, affondano le loro radici nella tradizione della filosofia epicurea.
Partendo dall’alto, una livella con filo di piombo (strumento utilizzato dai muratori per controllare il livellamento delle costruzioni) regge un teschio, dalla bizzarra forma (per alcuni si tratterebbe del teschio di una scimmia), che simboleggia la morte. Al di sotto del teschio vi è una farfalla, metafora della caducità della vita, e ancora più in basso una ruota, chiara allusione alla fortuna e alla volubilità del destino. Legati ai bracci della livella, in perfetto equilibrio, vi sono: a sinistra, uno scettro e un mantello di porpora, ovvero le insegne del potere e della ricchezza. La porpora era un tessuto di grandissimo valore e quindi appannaggio di pochissimi perché la tintura porpora si otteneva dalla ghiandola di un mollusco, il murice ed era preziosissima; per colorare un abito ce ne voleva tantissima. A destra, un bastone da mendicante ed una bisaccia, simboli della miseria.
Per chi lo guarda, il mosaico rappresenta un monito sul fatto che la condizione sociale ed economica di ognuno nel momento in cui nasce dipende dalla fortuna. Si può essere ricchi o poveri, ma alla fine, davanti alla morte, saremo tutti uguali. Una esortazione, dunque, a vivere pienamente la vita prima che arrivi la morte che accomuna tutti, livellando le differenze sociali ed economiche. Vi ricorda qualcosa?
La cultura greca, il vulcano e la precarietà dell’esistenza non sono cose rimaste sepolte sotto i cumuli di cenere e di detriti vulcanici, ma sono sempre stati presenti nella cultura napoletana. La ricerca dei piaceri della vita, il senso di precarietà e la presenza costante del pensiero della morte ancora oggi permeano profondamente la cultura partenopea e il tema del memento mori lo ritroviamo in una delle più celebri delle poesie napoletane: A’ livella di Totò. Nei versi finali c’è tutto il condensato della filosofia di Epicuro: ‘A morte ‘o ssaje ched’è? E’ ‘na livella: ‘nu rre, ‘nu maggistrato, ‘nu grand’ommo, trasenno ‘stu canciello ha fatt’o punto c’ha perzo tutto, ‘a vita e pur’o nomme. Tu nun t’he’ fatto ancora chistu cunto? Perciò, stamme a ssentì, nun fa’ ‘o restivo, suppuorteme vicino, che te ‘mporta? ‘Sti ppagliacciate ‘e ffanno sul’e vive: nuje simme serje… appartenimmo a morte!
Chissà, magari il nostro principe ha avuto modo di vedere il mosaico o una sua rappresentazione.
Se passate per Napoli, andate al museo archeologico che è straordinariamente interessante e andate a cercare il mosaico Memento mori, vale davvero la pena essere andati fino a lì anche solo per esso.
