LE TESTE DELLA VICARIA

Napoli 24 marzo 1800, una notte senza luna, umida e fredda. Un poliziotto nel suo giro di ronda nel quartiere pendino, nei pressi della chiesa di Santa Caterina Spina Corona scorge un individuo avanzare circospetto, avvolto in un mantello stranamente rigonfio. Insospettitosi, lo avvicina e gli intima di mostrargli quello che apparentemente nasconde sotto gli abiti. L'uomo pensa alla fuga, ma alla fine capisce di essere in trappola e lascia cadere un involto. Alla luce della lanterna il poliziotto apre l'involucro e appaiono due braccia umane. Michele Sorbo nativo di Cerignola, di professione barbiere, viene immediatamente tratto in arresto.

Giorni odierni, universitario Museo di Anatomia, nelle antiche teche di legno pregiato ci sono quattro strani teschi noti come “le teste della Vicaria”. Sono segnati da numeri e appunti come se fossero stati oggetto di accurato studio in un recente passato. Appartenevano a Giuditta Guastamacchia, Nicola Guastamacchia, Pietro de Sandoli e Michele Sorbo, come dalle sbiadite scritte a pennino sui basamenti. 

Questo austero e poco conosciuto museo, nascosto tra dipartimenti e aule universitarie, reca le tracce tangibili di uno dei più efferati omicidi che scossero la Napoli di inizi ottocento. Una storia nera che è arrivata fino ai nostri giorni di cui Michele Sorbo è solo l’ultimo attore, in termini di comparsa. 

MUSEO UNIVERSITARIO DI ANATOMIA

Per comprendere questa vicenda è necessario fare un passo indietro nel secolo precedente, in Puglia, a Terlizzi dove nacque una donna di nome Giuditta, figlia di Nicola Guastamacchia. Giuditta è una ragazza bella e spregiudicata, ma nata in un contesto di miseria. Così Giuditta impara subito le astuzie della vita, come cavarsela facendo affidamento sulle doti seduttive. Giuditta ha infatti molti amanti, tra cui una relazione che suscitò scandalo con un prete di nome Stefano D’Aniello. Suo padre Nicola allora la maritò ad un notaro di nome Francesco Rubino, ma sembra che la tresca amorosa con il sacerdote andò comunque avanti, mercé anche l’indole depravata del marito che tollerava l’adulterio. Il Rubino dovette fuggire a Roma per alcune frodi perpetrate nel Regno e morì poco dopo, chi dice giustiziato chi di malattia in ospedale. Rimasta vedova, Giuditta seguì il prete a Napoli, ma il padre Nicola deciso a fare terminare la tresca li denunciò alle autorità. Giuditta finì rinchiusa a Santa Maria Agnone e poi al Conservatorio di Sant'Antonio alla Vicaria. Il D’Aniello, deciso a tirare fuori la sua bella amante dalla prigionia, escogitò un piano: la fece sposare da un nipote, un giovane spiantato di nome Domenico Altamura, più incline a sperperare denaro in vizi che a lavorare. Attirato dalla dote promessa dallo Zio, accettò e subito si rese conto di essere stato ingannato e della tresca tra la moglie e lo zio prete. E probabilmente la sua ribellione e insofferenza che determinarono i due amanti a pianificare il suo assassinio. Ci si era intanto affacciati nel nuovo secolo e Nicola Guastamacchia era da qualche tempo in prigione per debiti. Era ormai vecchio e malandato e si fece corrompere dal D’Aniello che si offrì di pagare i debiti e farlo scarcerare in cambio di aiuto nel piano omicida dell’Altamura. Ai tre congiurati, Giuditta Guastamacchia, Stefano D’Aniello e Nicola Guastamacchia, se ne aggiunse un quarto, un giovane chirurgo di nome Pietro de Sandoli, che piaceva molto a Giuditta e che finì per essere l’ennesimo amante. All’appello manca una testa, la quarta ovvero Michele Sorbo. Direte voi “ma così dovrebbero essere cinque” ma su questo si chiarirà a breve.  Si maturò l’idea di affidare la materiale esecuzione dell’omicidio a qualcuno che avesse esperienza di omicidi, un sicario. Pietro De Sandoli assoldò Michele Sorbo, barbiere di professione, già coinvolto in diversi fatti di sangue. Così l’assassinio di Domenico Altamura sarebbe dovuto essere commesso dal Sorbo con l’aiuto di Giuditta; si decise di strangolarlo.

E veniamo al giorno dell’orrendo delitto. È la sera del 24 marzo 1800, l’Altamura fu allontanato con la scusa di dover comprare qualcosa da mangiare mentre tutto veniva predisposto per il suo (ultimo) ritorno a casa. Al rientro una insolitamente affettuosa moglie lo fece sedere su una delle sedie davanti al camino distraendolo, mentre Michele Sorbo lo prese alle spalle e lo strinse in un laccio, precedentemente unto di grasso perché scorresse a dovere, e lo scaraventò in terra stringendo sempre più forte. Domenico Altamura dovette dimenarsi e difendersi molto perché le cronache riportano l’intervento di Giuditta che gli bloccò le mani e col peso del corpo gli schiacciò il torace per farlo soffocare più rapidamente.

Quello che seguì è degno del miglior romanzo gotico ottocentesco. Il piano prevedeva che, una volta morto, l’Altamura dovesse essere fatto a pezzi e occultato in vari punti della città, così che non fosse più trovato e identificato. Gli furono staccati tutti e quattro gli arti, il tronco fu eviscerato, la testa messa a bollire per sfigurare il volto e renderlo irriconoscibile. Di questa ultima incombenza si occupò Giuditta, mentre Nicola, Pietro e Michele facevano sparire a pezzo a pezzo il cadavere. Per ultime le braccia che dovevano portare fuori mura per seppellirle. Tutti attesero con preoccupazione Michele Sorbo che tardava a rientrare. Era chiaro che fosse successo qualcosa, che qualcosa fosse andato storto.

E siamo, così, tornati all’arresto di Sorbo. Interrogato dal Giudice, Michele Sorbo tentò di nascondere la verità ma poi alla fine crollò. Intanto, nella notte era stato ritrovato un sacco intriso di sangue contenente resti umani (probabilmente il tronco) e in un vicolo in zona Montecalvario il teschio di un uomo. I vari pezzi furono collegati e stabilito che appartenessero allo stesso individuo. Furono così tutti tratti in arresto, Giuditta alle porte della città durante un vano tentativo di fuga. Il rapporto della polizia raggiunse anche il sovrano Ferdinando IV che fu sollecitato di intervenire affinché un così efferato delitto fosse deciso con la massima severità dalla Gran Corte Criminale della Vicaria, senza alcun privilegio giurisdizionale di natura ecclesiastica o militare (D’Aniello era un prete e il Sorbo aveva prestato servizio nel Reggimento Lucania). Alla fine, per disposto reale del 31 marzo si procedette innanzi alla Gran Corte della Vicaria secondo il disposto della Lex Julia maiestatis del 1771. Tale legge prevedeva di procedere ad modum belli, una procedura istruttoria alquanto sommaria con scarsissime facoltà di difesa e pene severissime; si utilizzava normalmente per i crimini di lesa maestà cioè la peggiore ipotesi criminale possibile in quei tempi.

Il 16 aprile 1800 la Gran Corte Criminale della Vicaria condannò Michele Sorbo, Nicola Guastamacchia, Giuditta Guastamacchia e Pietro de Sandoli “a morire sulle forche più alte del sito chiamato largo delle pigne con precedente strascino a coda di cavallo. Dopo la loro morte saranno a tutti e quattro tagliate le mani e la testa racchiudendo nelle gabbie di ferro le teste appendendole alle mura della gran corte dove esporre si devono anche le mani. La gran Corte della vicaria ha anche condannato il prete Don Stefano d’Aniello al fosso del marittimo per tutta la vita.” 

E qui veniamo al fatto che le teste sono solo quattro, perché al Prete D’Aniello, che peraltro non partecipò direttamente all’omicidio, fu evitato il patibolo. Forse fu anche peggio che morire, perché finire nel Fosso di Marittimo era come essere seppelliti vivi. Il Fosso era riservato a coloro che per ragioni varie non finivano sul patibolo, quindi, un ergastolo, particolarmente adatto per fare sparire persone sgradite al potere. Infatti, il fosso era come una tomba. Si trovava all'interno castello di Punta Troia a Marettimo (Sicilia). Scavato nella roccia a modo di cisterna, profondo circa 7 metri, privo di finestre o porte, veniva chiuso da un massiccio blocco di pietra e riceveva la luce da un alto spiraglio ferrato. Poteva contenere non più di una ventina di persone, era quasi buio ed umidissimo.  I carcerati vi stavano coi ferri ai piedi legati al ceppo, consumati lentamente dalla mancanza di luce ed aria e dalla immobilità. 

CASTELLO DI MARETTIMO

I Condannati a morte trascorsero la notte precedente al giorno dell’esecuzione previsto per il 19 aprile 1800 nella cappella della Vicaria, assistiti dai “Bianchi dello Spirito Santo”, una antica congrega, ancora esistente, che aveva tra i suoi scopi principali assistere i condannati a morte. La Confraternita ha la sede presso l’ospedale degli "incurabili" ed è visitabile. Nel dispositivo di condanna a morte era previsto che i condannati arrivassero al patibolo, in largo delle Pigne, odierna Piazza Cavour, mediante “strascino a coda di cavallo”. I condannati venivano legati su una tavola e trascinati da cavalli su un percorso che ci siamo divertiti a ricostruire pur nella moderna topografia. Con le dovute approssimazioni il percorso fu essenzialmente questo:

PERCORSO DEI CONDANNATI A MORTE DAL TRIBUNALE DELLA VICARIA AL PATIBOLO IN LARGO DELLE PIGNE

Ulteriore disposizione fu che da morti ai quattro condannati fossero tagliati testa e mani e che queste fossero appese in gabbie fuori il tribunale della vicaria come monito. Forse questo è il motivo per cui i teschi sono arrivati al Museo di anatomia e fino a noi. 

Come visto, queste teste non sono andate perdute, ma sono servite per uno studio scientifico. Il primo ad averle esaminate è un celebre frenologo, Biagio Miraglia che è stato anche direttore del manicomio di Aversa. Sembra che nel 1855 a causa di lavori a farsi, le gabbie contenenti i teschi furono spostate e i teschi donati all’istituto manicomiale per essere studiate. Poi, furono donati all’istituto di anatomia umana ed oggetto di studio del lombrosiano Prof. De Blasio. 

La scienza si stempera nella leggenda e nelle pare-scienze e così Giuditta assurge di diritto al pantheon delle inquiete presenze napoletane. Detto anche il “fantasma degli avvocati” perché si aggirerebbe nei corridoi e negli stanzoni di Castel Capuano, l’ex tribunale della Vicaria e per molti anni tribunale civile di Napoli, Giuditta continuò a imperversare in città terrorizzando quelli che ebbero l’avventura di incrociarla. 

E oggi? Oggi le teste della Vicaria sono nel novero dei teschi famosi di Napoli, una città che ha un rapporto molto intimo e particolare con la morte. E così insieme al teschio del capitano, della sposa cadavere, al teschio con le orecchie, alla “capa nera”, a donna Concetta il “teschio che suda” ci sono Giuditta e la sua mortifera compagnia: gli assassini della Vicaria.

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