1656 LA PESTE A NAPOLI, RACCONTATA DA ALCUNI CELEBRI DIPINTI E LUOGHI

Chi, rasentando il perimetro della città vecchia, si trovasse davanti a Porta San Gennaro potrebbe ammirare un dipinto unico, opera di un grande maestro del Seicento che ricorda un evento assai traumatico della storia cittadina e, in generale, europea. Porta San Gennaro è una delle porte più antiche di Napoli, posta su Via Foria all’altezza del borgo dei vergini. Ricostruita due volte, una in epoca ducale e la seconda nel 1537 per ordine del Viceré Don Pedro di Toledo, la porta ha preso il nome di Porta San Gennaro poiché era quella che si utilizzava per recarsi alle omonime catacombe. Il dipinto in questione ha come soggetto l’intercessione di San Gennaro, San Francesco Saverio e Santa Rosalia alla Vergine Maria affinché cessasse l’epidemia di peste nera.

È necessario fare un passo indietro alla Napoli vicereale di metà Seicento per capire questo quadro e quei drammatici mesi da esso richiamati. La tumultuosa rivolta popolare cd di Masaniello del 1647, causata dalla corruzione e dal malgoverno, aveva scavato un profondo solco tra la popolazione e i dominatori spagnoli. Nel Vicereame spagnolo (XVI-XVII secolo), le autorità imposero severi divieti di costruire extra moenia, ovvero fuori dalle mura di cinta.  I viceré temevano possibili rivolte popolari, come quella del 1647, cercando di tenere sotto controllo la popolazione; uno sviluppo urbano fuori dalle mura, magari a ridosso delle fortificazioni, avrebbe potuto offrire posizioni strategiche. Questo portò a un'ipertrofia urbanistica e all'innalzamento dei palazzi all'interno del perimetro murario.  


L'altissima densità della popolazione unita alle precarie condizioni igieniche tipiche del tempo creò le condizioni più favorevoli per la diffusione della peste che già imperversava in altre zone del Mediterraneo. Nel 1647 la Spagna era stata interessata dal morbo. Poco dopo il morbo fece la sua comparsa in Francia, a Marsiglia, decimando la popolazione. Dalle coste meridionali francesi la peste raggiunse la Sardegna. E di lì la peste sbarcò a Napoli; era il gennaio del 1656. Molte fonti concordano sul fatto che furono proprio alcune imbarcazioni provenienti dalla Sardegna a diffondere la peste a Napoli. Infatti, i primi decessi causati dalla peste si registrarono nel rione Lavinaio adiacente al porto, e nel limitrofo quartiere mercato. Inizialmente, le autorità addirittura negarono la presenza del morbo.  I primi decessi sospetti emersero nel corso di gennaio. Il medico Giuseppe Bozzuto diagnosticò subito la peste, ma venne incarcerato dalle autorità spagnole per evitare danni economici alla filiera militare; morì di peste in cella. Solo nel mese di maggio apparve ormai a tutti evidente che la Peste era in città. Il morbo ebbe una rapidissima diffusione, causando tra la primavera e l'estate del 1656 una vera e propria strage. La peste a Napoli del 1656 fu una delle peggiori catastrofi demografiche della storia europea, capace di sterminare circa 200.000 persone su una popolazione totale di 450.000 abitanti in pochi mesi. L'epidemia di peste bubbonica dimezzò letteralmente la popolazione della città, all'epoca una delle metropoli più grandi d'Europa e capitale del Vice regno spagnolo. I decessi arrivarono anche ad alcune migliaia al giorno, al punto che la città precipitò nel caos più disperato. Le vie e le piazze di Napoli erano ingombre di moribondi e di cadaveri senza nessuno che potesse soccorrere i primi o seppellire i secondi. Vennero allestiti i lazzaretti, tra cui i principali fuori dalle mura cittadine presso Largo Mercatello (oggi Piazza Dante), l'ospedale di San Gennaro dei Poveri e l'area di Borgo Loreto. Qui venivano ammassati i moribondi. Molti medici e barbieri-chirurghi morirono o fuggirono. Chi restò utilizzava vesti cerate e le iconiche maschere a becco riempite di erbe aromatiche per filtrare i "miasmi", maschere ancora visibili nel “museo delle arti sanitarie”. L'enorme quantità di cadaveri accumulati per le strade costrinse le autorità ad ammassare i corpi all'interno delle cave di tufo nel rione Sanità, dando origine a quello che oggi è il celebre ed evocativo Cimitero delle Fontanelle.

La medicina del XVII secolo ignorava l'esistenza del batterio yersinia pestis e la trasmissione tramite le pulci dei ratti. Pensando che il contagio viaggiasse tramite la corruzione dell'aria (i "miasmi"), i medici applicavano trattamenti che spesso acceleravano la morte del paziente.

I medici visitavano i malati con lunghi mantelli di tela cerata e la classica maschera a becco. Il becco, riempito di sostanze aromatiche come aceto, pece, canfora, mirra e petali di rosa, si pensava agisse come un filtro. Convinti che la malattia dipendesse da un alterato equilibrio dei fluidi corporei, i medici incidevano le vene per estrarre il "sangue cattivo". Questo indeboliva fatalmente i pazienti già stremati. I rigonfiamenti linfatici (i bubboni) venivano incisi e bruciati con ferri roventi o trattati con impacchi di sterco animale o erbe bollenti, causando infezioni e shock settici letali. La Teriaca (o Triaca) era un famosissimo farmaco universale dell'epoca. Era un elettuario composto da oltre sessanta ingredienti, tra cui carne di vipera essiccata, oppio e vino. Veniva venduto a prezzi astronomici ma fungeva solo da blando palliativo per il dolore grazie all'oppio. Per le strade i cittadini giravano con pezzi di pece accesi in mano o bruciavano zolfo e legni aromatici nelle case per purificare l'aria dal "morbo". 

Solo sul finire dell'estate la peste iniziò a perdere virulenza per poi cessare del tutto.


                                  LA PESTE A LARGO MERCATELLO                                                                                        RENDIMENTO DI GRAZIE DOPO LA PESTE

Tracce di quella immane sciagura sono ancora presenti in città. Molti sono i luoghi protagonisti di quei mesi ancora esistenti. La peste lasciò tracce anche nell’arte, in famosi dipinti; due in particolare, opere di un pittore chiamato Domenico Gargiulo in arte Micco Spadaro: Peste al largo del Mercatello e Rendimento di grazie dopo la peste. Entrambi sono conservati nella Certosa di San Martino che è anche il luogo da cui i potenti della città si erano rifugiati per sfuggire alla morte. Monaci e nobili osservavano impotenti dall’alto della colina l’inferno scatenatosi in città.

Traccia ancor più nitida è nell’affresco di Mattia Preti su Porta San Gennaro di cui si parlava in apertura. Per capire cosa rappresenti, è necessario tornare nuovamente indietro nel tempo, precisamente a quel fine estate del 1656.  

Stante la sostanziale inutilità delle misure di profilassi adottate, le autorità cittadine, in particolare i Deputati della Salute, in data 12 giugno 1656, deliberarono di porre la città di Napoli sotto la protezione della Vergine Immacolata e dichiararono altresì la solenne devozione dei napoletani per san Francesco Saverio, che in vita durante la sua attività di evangelizzazione condotta in Estremo Oriente aveva dimostrato miracolose capacità taumaturgiche.

Il 16 giugno 1656, il Consiglio degli Eletti deliberava che sulle porte cittadine fosse effigiata un'immagine con san Gennaro, san Francesco Saverio e santa Rosalia intercedere presso la Vergine Immacolata ritratta con il Bambino in braccio. Nella medesima delibera si dava mandato di procedere alla scelta del pittore cui assegnare questo incarico. La commissione per gli affreschi fu conferita, nel novembre del 1656, al pittore calabrese Mattia Preti, artista affermato che già da qualche anno viveva a Napoli.

Lo storico Bernardo De Dominici narra che Mattia Preti era stato imprigionato e condannato a morte per aver ucciso una guardia. Giunta al Viceré la notizia che il Preti fosse un valentissimo pittore, questi gli offrì la grazia se avesse accettato di realizzare i dipinti sulle porte cittadine gratuitamente. Tuttavia, la versione del De Dominici è del tutto fantasiosa in quanto risulta da fonti storiche che Mattia Preti fu prescelto per il suo indiscusso valore artistico e lautamente ricompensato per gli affreschi votivi voluti dalle istituzioni civiche napoletane. Il Preti ricevette infatti un compenso di 1500 scudi più una libra di oltremarino, il costosissimo pigmento ricavato da i lapislazzuli Mattia Preti portò a compimento l'opera affidatagli entro i primi mesi del 1659.

Degli affreschi, a parte quello di Porta San Gennaro (beneficiario recentemente di un bel restauro), oggi non c’è più traccia. Un terremoto nel 1688 li danneggiò, il tempo e gli agenti atmosferici fecero il resto. Nei secoli a seguire alcune delle sette porte sormontate dai dipinti votivi furono abbattute ed anche in quelle ancora esistenti si procedette all'eliminazione dell'affresco con la tamponatura della nicchia muraria che lo ospitava.

Le uniche testimonianze pittoriche pervenuteci di quel lontano, disperato voto cittadino alla Vergine sono costituite dall’affresco su Porta San Gennaro e dai due bozzetti preparatori degli affreschi custoditi nel Museo di Capodimonte. 

Tracce nell'arte e nella cultura napoletana della peste trovano vivida testimonianza, come detto, nei dipinti di Micco Spadaro conservati al Museo della Certosa di San Martino.


Quindi, l’affresco di Porta San Gennaro riveste un’importanza storica ed artistica notevole, essendo anche l’unico rimasto. Testimonia la potenza espressiva di Mattia Preti che influenzò grandemente il barocco napoletano.

Come si coglie sia dal dipinto murale che dai bozzetti, la scena è divisa in due registri. In quello alto, la Vergine col Bambino domina il centro della scena e poggia su una falce di luna, tipico attributo iconografico dell'Immacolata Concezione. Intercedono presso di lei per la salvezza di Napoli i già citati san Gennaro, san Francesco Saverio e santa Rosalia, quest'ultima collocata in secondo piano, in abito monacale alle spalle del santo gesuita, riconoscibile per la ghirlanda di rose che la incorona. Sia nell'affresco superstite sia in uno dei due bozzetti, tra gli angioletti che affiancano san Gennaro ve ne è uno che mostra alla Vergine le ampolle del sangue miracoloso del santo patrono offerto per propiziare la fine della peste. Sempre nel registro alto, elemento presente nei bozzetti ma non nel dipinto di Porta San Gennaro, vi è l’Arcangelo Michele che rinfodera la spada per significare che l'ira divina era stata placata e che la peste avrebbe avuto fine. Tuttavia, vi è una piccola statua poggiata sull’arcata della porta, davanti all’affresco, che raffigura l’Arcangelo che rinfodera la spada. 

Nel registro basso sono raffigurate le terribili traversie patite dagli abitanti della città durante l'epidemia. A sinistra, anche se poco leggibile, è seduta sui gradini l’Allegoria della Peste raffigurata come una donna piena di piaghe e coperta di stracci, colta nell’atto di mordersi le mani, simbolo della malattia che si autoalimenta attraverso il contagio. A destra identiche scene di morte e disperazione. 

A parte i segni nell’arte, come l’affresco di Mattia Preti, i dipinti di Spadaro, ci sono tanti luoghi in città che riportano a quel terribile evento:

l’Obelisco di San Domenico, situato nell'omonima piazza, una delle tre grandi guglie cittadine barocca fu iniziato dai domenicani nel 1656 come colossale richiesta di grazia e protezione alla città contro il morbo.

La Sala del Lazzaretto (Ex Ospedale della Pace), situato in via dei Tribunali, presenta questa immensa sala con ballatoio sospeso che era il luogo in cui venivano isolati gli appestati.

Il suggestivo Museo delle Arti Sanitarie, dove è possibile ammirare le maschere con becco, antichi strumenti chirurgici, la farmacia storica e persino una ricostruzione in cartapesta della peste del 1656 ambientata in un presepe.

La Chiesa di Santa Maria del Pianto, edificata nel 1657 esattamente sopra le immense fosse comuni dove vennero sepolti i corpi delle vittime del lazzaretto di Borgo Loreto.

Cimitero delle Fontanelle, situato nel cuore del Rione Sanità, questo enorme ossario sotterraneo di oltre 5.000 metri quadri nacque proprio per stipare alla rinfusa le centinaia di migliaia di cadaveri che i normali cimiteri delle chiese non riuscivano più a contenere. Oggi è un gigantesco memento mori alla memoria di quei 200.000 ed oltre napoletani che persero tragicamente la vita.

Per ultima, Porta San Gennaro situata a monte di via Foria da cui tutto ha preso spunto. 

Molte delle cose e dei luoghi di cui vi abbiamo narrato sono visitabili in maniera abbastanza agevole e con poca spesa. 

MUSEO DELLE ARTI SANITARIE - CIMITERO DELLE FONTANELLE

ITINERARIO TEMA PESTE

Tour a piedi:

Vi proponiamo una sorta di “tour della peste”, un itinerario a piedi incentrato sulla Peste del 1656, ottimizzato geograficamente per muoversi dal centro antico verso il rione Sanità. Il percorso richiede circa un’ora di camminata effettiva (4,2 km totali con dislivello di 73 mt.), esclusi i tempi di visita.

Dal tour a piedi sono esclusi perché non raggiungibili a piedi in poco tempo: la Chiesa di Santa Maria del Pianto; la certosa di san Martino, dove ci sono i due quadri di Micco Spadaro e dove si rifugiarono le classi più agiate durante l’epidemia; il museo di Capodimonte dove ci sono i bozzetti degli affreschi realizzati da Mattia Preti. Potrete raggiungere comunque e facilmente anche questi luoghi in un secondo momento utilizzando mezzi pubblici o privati.

Ecco i principali punti (Conviene di volta in volta mettere l’indirizzo successivo sul navigatore del cellulare):

1.     Lazzaretto di Largo Mercatello oggi piazza Dante - Piazza Dante

Attraversa ora Porta Alba, subito dopo l’arco che immette su via Costantinopoli gira a destra per Via S. Sebastiano e poi a sinistra per il decumano inferiore fino a Piazza San Domenico (9 minuti).

2.     Obelisco domenicano - piazza San Domenico

Gira a sinistra su Via San Domenico fino ad incrociare Via Tribunali, altezza piazza Miraglia. Gira a destra e percorri tutta via Tribunali fino al n°227. (circa 12 minuti)

3.     Sala del Lazzaretto (Ex Ospedale della Pace) Via dei Tribunali, 227.

Cammina lungo Via dei Tribunali a ritroso di nuovo in direzione Via Duomo: percorri Via Duomo fino all’incrocio con Via Foria e gira a sinistra per raggiungere la porta San Gennaro (circa 12 minuti).

4.     Porta San Gennaro - Via Foria n°2.

Fermati sotto la porta più antica di Napoli e alza lo sguardo per osservare il monumentale affresco ex-voto di Mattia Preti. Noterai le figure dei santi protettori che pregano per la fine del flagello del 1656.

Attraversa Via Foria ed entra nel Rione dei vergini. Percorri: Via Vergini, Via Arena alla sanità, Via Sanità passando sotto al ponte, Via fontanelle fino alla grande cava del n°80 (circa 28 minuti)

5.     Cimitero delle Fontanelle - Via Fontanelle 80.

Cosa vedere: Concludi l'itinerario nell'enorme cava di tufo sotterranea. Questo luogo di culto e memoria ospita i resti di migliaia di vittime anonime della peste del 1656, accatastati qui quando la città finì lo spazio per le sepolture. Controllate orari e aperture. Costo € 10 

 

Tour motorizzato:

Chiesa di Santa Maria del Pianto, all’interno dell’omonimo cimitero è attualmente inagibile.

Certosa di san Martino: Largo San Martino (verificare orari – biglietto € 6,00

Museo di Capodimonte: (verificare orari – biglietto € 15,00) 

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