-                                  IL CONVENTO DELLE CONFESSIONI                                -

Una delle più belle e meglio conservate antiche strutture conventuali che abbiamo esplorato. Una storia lunga e complessa per questo convento, oggi dei santi Michele e Lucia, che vale la pena ricordare.

Il primo nucleo risale alla prima metà del XII secolo ed era costituito dalla chiesa di S. Michele a Monte Orlando, chiamata anche a “Gangalandi”, sorta sui resti del castello omonimo distrutto nel 1107. La chiesa divenne nel 1578 oratorio. Nel 1579 divenne convento grazie al finanziamento di Giovanni Maria Cecchi, notaio e commediografo fiorentino, proprietario di una villa sulla collina antistante la chiesa. Il convento fu assegnato per alcuni anni ai religiosi riformati di S. Agostino e nel 1584 passò ai Padri Minimi di S. Francesco di Paola, che vi aprirono un ospizio. Nel 1616, subentrarono i Minori Osservanti Riformati di S. Francesco. 

Il convento delle dimensioni imponenti che conosciamo oggi è dovuto ad una serie di ampliamenti successivi fra il XVII e il XVIII secolo che interessano anche la chiesa, consacrata poi nel 1782 a S. Lucia e S. Michele. Nel 1808 il convento viene soppresso in seguito alle leggi napoleoniche sugli enti religiosi e nel 1866 è messo in vendita dal Demanio del neo Regno d’Italia. Acquistato dal Marchese Carlo Viviani della Robbia, venne nuovamente affidato ai frati Minori Osservanti. Non sappiamo quando sia di fatto cessata l’attività conventuale ma sappiamo che già a metà degli anni novanta del XX secolo il complesso versava già in condizioni precarie; possiamo presumere che sia proprio negli anni novanta iniziato il progressivo abbandono. Non sappiamo chi sia l’attuale proprietario del complesso, probabilmente la Curia, ma all’attualità è in stato di decadenza ed abbandono, anche se mostra segni di qualche tentativo di restauro fatto nel tempo. Un tempo ospitava capolavori d’arte, come dipinti risalenti al Seicento e il Settecento, fra i quali “Santa Chiara che mostra il Crocifisso ai Saraceni”, autore Giuseppe Romei già decoratore della cappella Brancacci a Firenze.

La chiesa, a navata unica, è straordinariamente bella nonostante la sua semplicità. Peculiarità vera è la presenza di tantissimi confessionali disposti sui lati delle navate e sul fondo (ben 8 in totale); vicino ad uno di essi si nota anche una tavola di legno con esplicati i segni per chiamare i confessori. Nel coro dietro l’altare ci sono tre belle statue lignee, ma non abbiamo certezza su chi raffigurino. 


La sacrestia è forse la parte più stupefacente del complesso poiché sembra essere abbandonata all’improvviso, con i paramenti sacri sui bei mobili di legno, le ostie ancora in bella mostra nei piatti ostensori, tanti libri sacri e messali ancora in latino e persino una bozza di predica scritta a mano su un foglio. Non fosse per la polvere sedimentata e le ragnatele verrebbe da chiamare i frati ad alta voce. 

Continuando nel convento, al piano terra si notano le cucine, il refettorio e altri ambienti di servizio che si sviluppano lungo il chiostro. Grandi lavabi di pietra e fontanili assai antiquati rivelano che il convento, seppur rimaneggiato nei secoli, ha mantenuto tutta la sua austera dignità storica. Il secondo livello è quello delle celle dei frati, ormai quasi vuote, eccettuato qualche testiera di letto, relitto di baule e poco altro, e degli antiquati bagni. I lunghi corridoi con le vetrate e i vecchi scuri di legno massiccio creano dei bellissimi giochi di luce. Uno degli ambienti ha il solaio crollato, segno che non si è mai davvero messo mano a lavori completi di restauro ma solo consolidamenti qua e là. Dall’alto si può ammirare quello che doveva essere l’orto e le vigne ormai incolte. 

Il convento ci lascia sensazioni di pace, magnificenza ma anche di inquietudine, quella inquietudine che sempre accompagna l’esplorazione di strutture molto antiche e grandi. I piccoli rumori, scricchiolii, porte che sbattono, sussurri creati dal vento nei grandi corridoi vuoti, un silenzio irreale che trasmette ed amplifica ancor di più tutto quanto. Tornare all’aria aperta con le schede piene di immagini sa di “missione compiuta” e felicità per aver acquisito un indelebile ricordo. 

L'esplorazione è stata fatta per un tempo davvero breve, nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato. 

IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.

 

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