.              EX PREVENTORIO "ROCCO CHIAPPONI" DI BETTOLA

Sulle colline della provincia piacentina, ad una altezza di 600 mt., immerso nella bruma tipica di queste zone, malinconicamente si consuma un preventorio che porta il nome del suo fondatore: Rocco Chiapponi.

I preventori erano delle strutture sanitarie dislocate in luoghi che si ritenevano particolarmente salubri. Diversamente dai sanatori, dove venivano ricoverate persone con diagnosi già certe di malattie polmonari come la tubercolosi, furono destinati, come suggerisce anche il nome, a fini di prevenzione. E, dunque, era un luogo di ricovero dei bambini della provincia di Piacenza a rischio di malattie polmonari.

Come ricordato, il Preventorio fu voluto e finanziato da un locale imprenditore, Rocco Chiapponi, che morì nel 1938 poco prima dell’inaugurazione della struttura a lui dedicata. Nel 1927, l’allora governo fascista emanò la Legge n° 1276 per contrastare la piaga della tubercolosi, istituendo in ogni capoluogo di provincia un Consorzio antitubercolare. Rocco Chiapponi era un noto benefattore che si era distinto anche per altre o opere pubbliche e volle realizzare di tasca sua una struttura per la lotta alla tubercolosi a Bettola. La struttura era divisa su tre livelli aveva una camera operatoria e, notevole per l’epoca, un apparecchio radioscopico; al secondo piano c’era anche una piccola chiesa. Il personale impiegato era scarno rispetto alla necessità: solo un medico coadiuvato da tre studenti apprendisti laureandi in medicina, quattro infermieri, un addetto all’approvvigionamento, autisti e personale generico, alcune suore.

Dopo pochi anni dalla sua inaugurazione, il Preventorio dovette interrompere l’attività a causa dell’occupazione tedesca. E fu allora che la struttura entrò nella leggenda, legandosi in modo indissolubile alla lotta partigiana contro l’oppressione fascio-nazista.

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A Bettola, infatti, si costituì la libera Repubblica di Bettola che ebbe vita tra il luglio ed il dicembre del 1944. L’attività di resistenza aveva bisogno di ospedali per curare i combattenti partigiani e, dunque, il preventorio Chiapponi si trasformò in ospedale per volontà del Comandante Unico Emilio Canzi, conosciuto come “Enzo Franchi”, che incaricò il giovane studente di medicina Ettore Valdini di allestire posti letto, convincendo le suore ancora presenti a rimanere come infermiere. Nelle sue camerate e nei suoi corridoi furono trasferiti e curati decine di partigiani feriti.

Terminata la guerra il preventorio tornò ad essere un ospedale per tubercolotici fino alla fine degli anni Sessanta, anni della sua definitiva chiusura. Grazie all’efficacia delle nuove cure a base di antibiotici, non ci fu più bisogno di strutture dedicate ed il Chiapponi subì la sorte di tutti i preventori e sanatori. Non avendo trovato altri utilizzi giace ormai abbandonato da oltre cinquanta anni. Dopo la chiusura la struttura composta da l’edificio principale, casa del custode e circa 70mila metri quadri di terreno, è passata alla USL che riuscì, poi, a venderla. Tuttavia la società acquirente per anni non ha mai fatto nulla per recuperare la struttura e dargli una destinazione; è rimasta per lunghi anni inerte per poi fallire. E, dunque, il Preventorio è ancora lì, aspettando la sua ingloriosa fine, consumandosi sempre di più, ridotto ormai ad un fantasma.

Arriviamo davanti al preventorio con un cielo grigio ingombro di nuvole che promettono pioggia. Tutto è greve ed immerso in una bruma poco rassicurante nonostante sia metà agosto, facendo sembrare il luogo persino più tetro di quanto non lo sia già. La struttura ci è sembrata subito messa davvero male. Dal cancello si legge ancora PREVENTORIO MASCHILE ROCCO, ETTORE ED EUGENIO CHIAPPONI. Appena intuibile l’indicazione CONSORZIO PROVINCIALE ANTITUBERCOLOSI, rimaste ormai poche lettere. 

Il cancello è chiuso anche se facilmente scavalcabile, e decidiamo di girare intorno all’edificio. Un terrapieno in deciso declivio ha una robusta cima attaccata ad un albero che arriva fino al limitare della strada e permette la risalita. Così la utilizziamo e ci troviamo nel giardino antistante la struttura, nella quale entriamo da un finestrone con persiana sfondata e deformata. Lo stato dell’edificio, per quello che si vede all’interno, è fortemente compromesso e i solai sono in condizioni di vero pericolo. Aggirarsi nei suoi meandri, per i corridoi e negli stanzoni è rischioso e richiede grande cautela. Quando si cammina, oltre che il pavimento per evitare oggetti vari e buche, è opportuno guardare con attenzione anche il soffitto e non passare sotto i punti in cui sembra fragile o passare velocemente senza trattenersi. Le camerate con i letti sono ormai scrostate con l’intonaco a nudo. La chiesa anche è in pessimo stato, con i banchi al loro posto ma marciti; ci sono segni di violazioni da parte di gruppi di pseudo satanisti. Interessante è il pian terreno dove ci sono una serie di lapidi che ricordano la fondazione e gli episodi della guerra partigiana. La grande cucina ha ancora parte del mobilio. Interessanti i depositi pieni di ciarpame vario, con i mobili di legno ormai imputriditi. C’è stato un divertente incontro con due giovani urbexer olandesi, arrivati quando noi eravamo dentro da un po’, ai quali abbiamo quasi fatto venire un infarto. Abbiamo finito poi di terminare il giro insieme, facendogli anche da guida per quello che avevamo già visto.

L'esplorazione è stata fatta per un tempo davvero breve, nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato. 

IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.

 

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