Ex Manicomio Materdomini di Nocera

TIPOLOGIA: ex ospedale psichiatrico

STATO DEI LUOGHI: fatiscente

ACCESSO: difficile

MOTIVO ABBANDONO: dismissione a seguito legge "Basaglia"

INTERESSE: fotografico/storico

TAG: #urbex #urbanexploration #abandoned

Materdomini nacque come succursale del Manicomio di Nocera.

Nella seconda metà del XIX sec. si verificò un aumento insostenibile  di richieste di ricovero da tutta la penisola per il Manicomio di Aversa, allora Real Casa dei Matti di Aversa, primo manicomio d’Europa. Sono note le polemiche tra il direttore di Aversa, Gaspare Virgilio, e le province per il sovraffollamento del nosocomio che si protraeva ormai da anni (vedi anche nostro “ex manicomio di Napoli Leonardo Bianchi”). A causa di ciò, sia Napoli che Salerno si dotarono di un proprio efficiente manicomio. L’allora direttore dell’Ospedale della Pace di Napoli, Prof. Federico Ricco, presentò un progetto per la costruzione di un grande complesso che dovesse ospitare i malati di tutta la provincia salernitana. Come sede fu scelta Nocera. Intanto, nel 1870 il “Fondo per il Culto” concesse lo splendido complesso adiacente la Basilica di Materdomini al Prof.  Ricco. Inizialmente, la struttura si chiamerà "Casa di cura privata Materdomini". Nel dicembre 1883 il Manicomio di Nocera entrò in funzione, il Prof. Ricco fu nominato suo direttore e Materdomini ne divenne una succursale. Poteva accogliere 150 malati e fu utilizzato anche come reparto di degenza. Quando nel 1978 la riforma Basaglia, culminata nella legge n. 180, riformò drasticamente l’istituto manicomiale anche Materdomini, insieme alla sede principale di Nocera, lentamente, inesorabilmente si avviò al tramonto, con la definitiva chiusura che avvenne nel 1998.  


Questo piccolo e poco conosciuto manicomio è stata una parte importante di un’epoca tragica, fortunatamente tramontata, ma di cui si avvertono ancora oggi gli strascichi. Pochissimi sanno che il germe della rivoluzione culturale che ha portato alla legge 180 è nato probabilmente in questo dimesso manicomio di provincia. Negli anni sessanta a Materdomini è stata fatta la prima inchiesta giornalistica sui manicomi, tredici anni prima di Basaglia.  Sergio Piro, coraggioso psichiatra e uno dei direttori dell’Istituto, si impegnò profondamente per cambiare l’approccio nei confronti della malattia mentale e della sua cura, fino a scontrarsi duramente con i vertici delle amministrazioni che lo costrinsero alle dimissioni. Lo psichiatra introdusse nel manicomio Materdomini il concetto di cura attraverso la risocializzazione ed inserì comunità terapeutiche all’interno. Fu proprio Sergio Piro che nel 1965 invitò un famoso giornalista e fotografo napoletano, Luciano D’Alessandro, a documentare lo stato del manicomio e le nuove attività di recupero. Ne uscì una inchiesta fotografica tagliente come un rasoio, che documentava la natura feroce e repressiva dell’istituzione manicomio e la totale assenza di cura dei malati, abbandonati a se stessi. D’Alessandro rimase dentro la struttura giorni interi, prima solo ad osservare e poi anche a fotografare, documentando con precisione tutto l’orrore e la disperazione di quei luoghi: uomini e donne seminudi seduti per terra, sulle scale, nei corridoi con lo sguardo perso nel vuoto. Stanze vuote immerse in un perenne odore di sporcizia ed escrementi, litanie ripetute ossessivamente, la ricerca di una sigaretta o qualche spicciolo, rituali sempre uguali. Di questa inchiesta fu fatto un libro:”GLI ESCLUSI” che è certamente il primo del genere e che ha sicuramente influenzato gli eventi che di lì a una decina di anni hanno avuto corso. Considerato un capolavoro assoluto nella documentazione fotogiornalistica, non solamente per aver denunciato la insostenibilità della situazione, ma per aver tolto, per primo, il velo dell’ipocrisia sulla psichiatria, concentrata più sull’aspetto della repressione attraverso strumenti medico contenitivi, di dubbia efficacia ma di sicura nocività, che sulla riabilitazione; con il solo risultato di creare emarginazione e ulteriore alienazione dei soggetti più deboli e fragili della società. 


                                                                                                  GLI ESCLUSI   Luciano D'Alessandro

Nel manicomio finivano non solo malati di mente e psicopatici, ma anche i depressi, alcolizzati, barboni, o personaggi scomodi, avversari politici di cui ci si doveva liberare. L’anarchico Carlo Cafiero fu richiuso e morì proprio a Materdomini. Un altro psichiatra della struttura, il Prof. Palumbo, divenuto poi direttore nel 1988, sulla scia di Piro si adoperò affinché ai pazienti fosse riservato un trattamento umano, che si evitasse il senso di isolamento ed emarginazione anche attraverso innovative comunità dove i malati potessero svolgere delle attività gratificanti e utili al reinserimento. Fu lui a creare le comunità Azalea, le Mimose e Albatros restituendo un quotidiano dignitoso ai pazienti che potevano disporre di stanze a due letti, con armadi e bagni puliti, una mensa gradevole, delle attività ludiche etc. Si riuscirono a recuperare quasi completamente molti pazienti negli anni a ridosso della chiusura del manicomio.


Ma le vicende di questa struttura non sono state solo umane e psichiatriche ma anche amministrativo-giudiziarie. Dopo tanti decenni di gestione da parte del Prof. Ricco e dei suoi eredi, nel 1971 il Comune di Nocera avanzò pretese di proprietà chiedendo la restituzione del complesso. Varie vicende giudiziarie hanno portato, poi, il Materdomini tra i beni del vicino comune di Roccapiemonte cui ancora dovrebbe appartenere.

Ma agli orrori del manicomio si sono sostituiti quelli dell’abbandono e della decadenza. L’edificio che all’esterno rivela una certa passata austera bellezza, all’interno mostra tutta la sua incuria e i segni di scorrerie vandaliche. Nonostante tutto, si riesce a percepire ciò che è stato questo luogo e ciò che è avvenuto al suo interno. Le carcasse dei letti, qualche dispositivo medico, vecchie ricette, vetrinette di medicinali raccontano molto più di tante parole. Troviamo ancora intatta la vetrata colorata della comunità Albatros. Non tutta la struttura, o quello che ne rimane, è percorribile. Alcune zone sono inaccessibili perché murate e i passaggi alternativi per accedervi sono resi impraticabili dalla lussureggiante vegetazione che ha invaso molti ambienti. In pessimo stato le cucine e la mensa;  meglio i piani della degenza e gli ambulatori. Per un certo tempo, alcune associazioni culturali, come la G. Liguori, hanno svolto delle attività ed organizzato eventi, nell’intento anche di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni sulla condizione di questo antico stabile, ma sono state lasciate sole e si sono dovute arrendere al degrado. Tutto è tornato nel silenzio e nell’immobilismo. Eppure, mai come per questo edificio le speranze sono vive, poiché la struttura non versa in condizioni disastrose, come la maggior parte di quelle che abbiamo visitato. Il nostro parere (da non esperti si intende) è che possa essere recuperata e destinata a molte attività di tipo scientifico, culturale o istituzionale come è avvenuto, del resto, per la maggioranza dei blocchi del Manicomio di Nocera.

LA ZONA DELLA CUCINE E DEL REFETTORIO

L'esplorazione è stata fatta nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato. 

 

IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.


 

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