EX MANICOMIO INFANTILE

Il palazzo dei bambini dimenticati

TIPOLOGIA: ex ospedale psichiatrico infantile/ Istituto psicopedagogico

STATO DEI LUOGHI: fatiscente

ACCESSO: difficile

MOTIVO ABBANDONO: dismissione a seguito legge "Basaglia"

INTERESSE: fotografico/storico/emotivo

TAG: #urbex #urbanexploration #abandoned #preventorio #manicomioinfantile #manicomio

Quando abbiamo scoperto la sua esistenza, non eravamo del tutto sicuri di volerci andare. Ma tutte le storie, per quanto amare e tristi, meritano di essere ricordate. Forse per quelle povere anime sfortunate non c’è torto peggiore dell’oblio. La memoria del passato è importante, perché non si commettano più gli stessi sbagli e per ricordare i tanti che sono stati buttati qui, oltre il cancello…gli invisibili, quelli da tenere lontano, quelli che nessuno vuole. Dargli un nome, una storia.

Questo palazzone dall’aspetto grigio e austero, nella periferia di un piccolo comune dell’entroterra pugliese, era un ex preventorio per tubercolotici, diventato nel 1967 una struttura che ospitava minori con disagio psichico. In particolare bambini dai 7 ai 14 anni ai quali veniva fornito vitto, alloggio, cure mediche e riabilitative. Al compimento del quattordicesimo anno di età venivano trasferiti in altro istituto. Gli ospedali psichiatrici venivano utilizzati anche per chi avesse  comportamenti semplicemente irregolari o disturbi della socialità più che della mente: quindi immaginiamo che qui fossero rinchiusi non solo bambini affetti da turbe mentali, ma anche orfani, bambini “difficili”, socialmente disagiati o illegittimi. Questa enorme struttura, messa in crisi dalla cd. riforma “Basaglia” è rimasta operativa fino al 1985, anno della sua chiusura definitiva. Di questo abbiamo anche avuto la certezza: abbiamo trovato i registri che si interrompono proprio in quell’anno. Da allora è di fatto abbandonato, senza alcun progetto valido di riutilizzo o riconversione.

L’aspetto importante di questo luogo è che, sebbene molto vandalizzato e oggetto di un incendio doloso una decina di anni or sono, contiene moltissime testimonianze vivide del suo passato. La grande quantità di documenti ancora presenti sparsi dovunque è una fonte preziosa per capire e ricostruire le storie personali, ma costituisce allo stesso tempo una grave lesione della privacy di quei bambini oggi adulti, una illecita interferenza nelle loro vicende più intime. Documentazione medica, ma anche didattica e personale, è ancora presente in grande quantità in tutto lo stabile. E ancora, tanti vestitini, scarpette, cappottini, divise, disegni, quaderni, libri didattici. Insomma, questo luogo parla di sé, nonostante la devastazione e i rifiuti che qui vi sono stati riversati. Se ci si mette ad osservare tra le cartacce, le buste e i vecchi giornali, in questa densa poltiglia indistinta di rifiuti emergono commoventi particolari: forbicine, medicine, occhiali, scarpette, lettere, documenti, disegni, vecchie e ormai scadutissime merendine, giocattoli, vecchie valigie da bambino. 

Ma veniamo a quanto da noi esplorato.

Questo istituto si presenta come un imponente edificio a pianta rettangolare di tre piani, con due corpi di fabbrica più bassi attaccati ai lati a formare una corta emme. Tutto attorno, c’è quello che doveva essere un parco di circa 4-5000 mq. Il tutto è circondato da mura biancastre sormontate da una rete. La parte centrale dell’edificio era l’istituto vero e proprio. Tenendo l’edificio di faccia, il corpo di fabbrica sulla sinistra, che presenta una architettura più ricercata, era la casa del custode e la direzione ed è la parte più antica; il corpo di fabbrica sulla destra è il più recente, aggiunto nel 1976, occupato da impianti sportivi. 

È una bella giornata fresca e piena di sole. Ci siamo dati appuntamento davanti all’Istituto alle 10.30 con Gianluca e Salvatore del G.Ri.P.Ta (gruppo ricerche paranormali di Taranto) con cui abbiamo condiviso altre esplorazioni. Appena oltre il cancello, si percorre quello che doveva essere il viale di ingresso che conduceva all’Istituto, ormai ingombro di rifiuti e parzialmente ostruito da rovi. L’edificio ha un aspetto alquanto sinistro e mostra all’esterno i segni dell’incendio che ne ha ancora di più ammalorato la struttura. Tutta l’area antistante l’edificio è ormai invasa dalla vegetazione che ha penetrato la pavimentazione, creando una surreale ambientazione. Ci accoglie il latrare di molti cani randagi che hanno occupato l’edificio. Li vediamo fare capolino dalle finestre sfondate ai vari piani, ma una volta dentro non li incontreremo. L’unico modo per entrare che abbiamo trovato è attraverso la stretta finestra del bagno della casa del custode, che ha l’inferriata tagliata. Girovagando per ambienti di cui è difficile ricostruire la funzione, arriviamo ad un cortile interno e oltre a quella che era una cappella; su una parete c’è ancora l’ombra di un grande crocifisso, probabilmente asportato, svariati messali, alcune panche ed un confessionale rovesciato per terra. 

Dirigendoci verso la struttura centrale, notiamo una scala in discesa semidistrutta, parzialmente ostruita da rifiuti e dal pianale di un grande tavolo di ferro. La percorriamo ed arriviamo in quello che doveva essere il refettorio, con due grandi montacarichi per il cibo ancora presenti. Alcune madie in discreto stato ci confermano che questi ambienti erano destinati alla mensa. 

Gli spazi sono immensi. I corridoi immettono in altri stanzoni di cui uno grande che doveva essere una sala di ricreazione per i bambini per la presenza di due biliardini, svariati giocattoli e libri illustrati per bambini. 

Continuando per corridoi sempre più bui, arriviamo in quella che forse è la stanza più commovente di tutto l’Istituto: il magazzino del vestiario, con ancora tutti gli armadi al loro posto. Negli sportelli semiaperti si intravedono le coperte ancora confezionate, abiti per bambini di vario genere: pantaloncini, pantaloni, magliettine, camicette, golfini e tanti cappottini tutti uguali, che ricordano le divise di tanti istituti del genere. E poi tante scarpe sparse sul pavimento insieme a tantissimi altri vestiti a formare una poltiglia indistinta. Queste stanze sono quasi completamente buie e molto polverose per la mancanza di pavimento; dobbiamo muoverci con cautela ed usare tutte le torce che abbiamo a disposizione per fotografare e filmare. 

Lasciamo questa area semioscura del pianterreno e torniamo indietro a cercare una scala sufficientemente sicura che ci permetta di salire ai piani superiori, dove erano le aule didattiche e di osservazione, i laboratori medici, i dormitori e i servizi igienici per i bambini. Troviamo delle scale integre. La tromba dell’ascensore è ingombra per metri di materassi e mobili di ogni genere. Qualcuno si è preso la briga di buttarceli dentro, facendo anche una gran fatica. I corridoi mostrano i segni dell’incendio che è divampato annerendo porte e muri. È al primo piano che c’è la maggior parte della documentazione sparsa sui tavoli, negli armadietti e sui pavimenti. Dal tipo di documenti capiamo se ci troviamo in spazi didattici o medici. Queste carte raccontano storie di dolore, di disagio, di solitudine, ma anche di speranza racchiusa negli sforzi di apprendimento e di recupero di quelli che a questi bambini invece hanno voluto bene. Qua e là quaderni con esercizi di italiano, matematica, tra le poche materie insegnate ai bambini che non avevano diritto a frequentare le scuole pubbliche. Tanti disegni ingentiliscono questi ambienti cupi e malinconici. Troviamo le stanze di osservazione, con i finestroni oscurati (ormai sfondati) attraverso i quali il terapeuta osservava i bambini ed il loro comportamento senza essere visto. Troviamo un ambulatorio con gli armadietti ancora pieni di medicinali: garze, cerotti, farmaci comuni come pomate, lozioni per i pidocchi o antibiotici, ma anche farmaci come Brolumin, Tegretol, Valium, Flebocortid che ci ricordano tristemente in che luogo ci troviamo. 

Mentre andiamo via, dopo aver trascorso più di tre ore dentro l’Istituto, ci chiediamo che fine avranno fatto questi bambini, cosa faranno oggi e chi ce l’avrà fatta a reinserirsi nella cosiddetta società “normale”. 

 

L'esplorazione è stata fatta per un tempo davvero breve, nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato. 

 

IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.


 

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