EX MANICOMIO DI COLORNO

Sebbene non sia il più antico e nemmeno il più grande, Colorno ha avuto un ruolo importante nella storia dell’istituzione manicomiale italiana. Insieme ad un altro piccolo manicomio, quello di Nocera, ha dato il via ad una radicale cambiamento nell’approccio alla malattia mentale ed al suo trattamento. È qui che probabilmente Basaglia, direttore per un anno, maturò le sue convinzioni che lo portarono ad essere il promotore della storica legge 180/1978 “Accertamenti e trattamenti sanitari volontari e obbligatori”, o legge Basaglia, che impose la trasformazione dei manicomi e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio, istituendo i servizi di igiene mentale pubblici. I manicomi prima del 1978 erano luoghi di pura contenzione, senza una cura reale alcuna per il paziente che, anzi, veniva sottoposto a trattamenti dannosi e di dubbia efficacia (terapie farmacologiche invasive, elettroshock, shock termici ed ogni genere di punizione e/o vessazione). L’unico scopo della società era liberarsi del problema, chiudendolo tra le alte mura di quelli che erano luoghi ben peggiori delle carceri. La filosofia di base della Legge 180 era che la malattia mentale non andava ghettizzata né demonizzata, riducendo il trattamento sanitario agli effettivi casi di necessità e “riconoscendo appieno i diritti e la necessità di una vita di qualità dei pazienti, seguiti e curati da ambulatori territoriali.” Dunque, il contenimento fisico e la ruvida brutalità con cui i malati di mente venivano trattati non era più tollerabile e questo portò nel tempo alla chiusura di tutte le vecchie istituzioni manicomiali. 

FOTO DAL WEB: il manicomio di Colorno in una immagine di fine ottocento

La particolarità che stupisce di Colorno è la sua attiguità con la Reggia, già palazzo ducale, residenza di campagna dei Farnese, dei Borbone e della duchessa Maria Luisa d’Austria; un luogo quindi che stona decisamente con il contesto in cui è inserito. La ragione storica di ciò risiede nel fatto che nel 1873 ci fu a Parma un’epidemia di colera e l’ospedale psichiatrico fu provvisoriamente spostato a Colorno, utilizzando la parte posteriore del palazzo ducale e l’adiacente convento dei domenicani. Tale situazione da provvisoria divenne, poi, definitiva. L’ospedale psichiatrico di Colorno fu, dunque, spostato da Parma a Colorno e ci fu un lungo periodo, che durò più o meno dal 1873 fino agli anni sessanta, di lenta trasformazione ed ammodernamento dei locali del palazzo ducale e del convento per adattarli alle nuove esigenze. Come altri manicomi italiani, quello di Colorno prevedeva una rigida separazione dei pazienti sia per sesso che per patologia.


Alla metà degli anni sessanta, e quindi persino prima della rivoluzione studentesca e quella femminista che portarono grandi cambiamenti nei costumi e nella società, molti cominciarono a dubitare della effettiva legittimità di questi “ospedali” o meglio ad esserne seriamente scandalizzati. Abbiamo già ricordato il direttore del Manicomio di Nocera, Sergio Piro, ed il fotografo napoletano Luciano D’Alessandro nell’articolo su detto manicomio che vi invitiamo a leggere. 

Nel 1965 Mario Tommasini, neo assessore provinciale alla Sanità, visitò per la prima volta l’Ospedale Psichiatrico di Colorno e quello che vide lo colpì in maniera devastante.  Quello che immaginava essere un ospedale era in realtà un orrendo carcere, con inferriate e cancellate ovunque. Vide gli ammalati chiusi a chiave e controllati in ogni momento, anche nei bagni, dagli infermieri attraverso spioncini. Vide stanzoni maleodoranti e mal riscaldati affollati di strane creature, seminude, spesso legate ai termosifoni o strette nelle camicie di forza, abbandonate a sé stesse. Vide lunghi bastoni con cui gli infermieri tenevano in riga gli ammalati, celle di punizione peggiori delle peggiori carceri del passato, strumenti di autentica tortura come l’elettroshock o l’idroterapia. Riscontrò una situazione di malcontento ed abbrutimento anche tra il personale, totalmente insufficiente e poco preparato. Chi entrava in manicomio, e non sempre per ragione reali di salute mentale (venivano rinchiuse anche prostitute, alcolizzati o disadattati sociali) rischiava di rimanerci per sempre, dimenticato dalla società e sottoposto all’arbitrio del personale medico. Invito a vedere il video "MANICOMIO DI COLORNO 1975 - Matti da slegare", aprendo il link qui sotto, dove c'è una intervista al direttore Tommasini e le agghiaccianti testimonianze di alcuni ex internati. 

Tommasini cercò subito di porre rimedio alla situazione, assumendo altro e più qualificato personale e riorganizzando gli spazi e la vita manicomiale, per un maggior comfort degli ammalati. Informò per quanto poteva l’opinione pubblica di quanto accadeva in passato tra le mura del manicomio, facendo conoscere a tutti cose come l’elettroshock o le camicie di forza. Tommasini collaborò con l’allora giovane psichiatra di Gorizia, Franco Basaglia, delle cui nuove teorie aveva sentito parlare e nel 1970 lo volle come direttore a Colorno. 

Basaglia applicò a Colorno le sue teorie, portando ad una radicale trasformazione di quello che in passato è stato uno dei più brutali ospedali psichiatrici italiani. Un’opera di decentramento in nuove piccole strutture, impostate finalmente come luogo di cura e non di contenzione ed emarginazione, unitamente ad una massiccia azione di dimissioni dall’Ospedale Psichiatrico per un reinserirli nella società.  Negli anni successivi alla dismissione, la struttura è stata in piccola parte riqualificata divenendo ad esempio la sede della Scuola Internazionale di Cucina ALMA che è tutt'ora ivi presente. L'istituto fu definitivamente svuotato nel 1997. Oggi, gran parte di quello che fu il manicomio di Colorno si trova in totale stato di abbandono.

ESPLORARE COLORNO

Entrare a Colorno significa rivivere quell’epoca di sofferenza e di abusi. Percorrere i suoi tetri corridoio dalla vernice scrostata e dall’odore penetrante di muffa, immaginando i lamenti dei malati legati ai termosifoni, mette una grande angoscia, inferiore solo a quando si entra nelle minuscole e buie celle di contenzione dalle porte di sgargiante colore rosso. Si prova un senso di grande claustrofobia ed un nodo alla gola si stringe quando notiamo i tanti graffi nella parte interna delle porte delle celle, probabilmente provocati dalla disperazione e dalla solitudine degli internati. Erano circa un migliaio gli ospiti di questa struttura e, come sopra ricordato, non erano solo malati di mente, ma spesso reietti della società: prostitute, alcolizzati, barboni, tutte persone che per quanto disadattate erano perfettamente sane di mente. Ciò, rispondeva alla logica di contenere i problemi più disparati nella stessa identica inviolabile e sigillata struttura.

Dentro il manicomio è molto facile perdere l’orientamento, in un dedalo di lunghi corridoi, scale e stanzoni ingombri di vecchio mobilio imputridito.  A Colorno si seguiva il modello francese e, come detto sopra, tutto era strutturato in compartimenti stagni distribuiti sui vari piani, ma tutti identici. Questo oggi confonde chi è intento ad esplorarlo e fotografarlo. Abbiamo vissuto alcuni momenti di tensione al momento di uscire perché, disorientati, ci trovavamo sempre allo stesso punto, senza capire che errore stessimo commettendo nel tornare sui nostri passi. Alla fine, con un poco di sangue freddo e di ragionamenti abbiamo guadagnato il punto di uscita. 

Nell’esplorazione, siamo stati spesso accompagnati dai tanti murales che graffitari più o meno famosi hanno lasciato qui, come le famose “one thousand shadows” dell’artista brasiliano Herbert Baglione. Nonostante la felicità per aver potuto esplorare questo manicomio, uscire ha avuto il sapore di una catarsi, non senza uno strascico di angoscia che ci ha accompagnato per il resto della giornata. Nelle foto che seguono, potrete osservare gli schedari del vecchio archivio, le camerate, la mensa, il salone da barbiere, il padiglione degli agitati con le celle di contenzione, alcuni strumenti per l'elettroshock, una enorme bilancia pesapersone che permetteva di pesare gli ammalati con tutto il letto o la carrozzina, laboratori medici, corridoi,  la palestra con il ring da pugilato, le stanze del direttore, i magazzini del vestiario, gli archivi medici con le diagnosi di ingresso, i monumentali corridoi della parte conventuale con la grande porta vetrata dell'ingresso (forse l'immagine più iconica di Colorno) ed infine l'Obitorio. Un discorso a parte meritano invece i sotterranei.

I SOTTERRANEI

Dall'area che vedete sopra nelle ultime foto del manicomio, si accede ai sotterranei, attraverso una nera botola con una precaria scaletta a chiocciola, i cui gradini di legno sembrano volere cedere sotto ogni passo. I sotterranei di Colorno, soprannominati “il pozzo delle anime”, sono un manicomio nel manicomio, un luogo spaventoso che fa apparire piacevoli persino i monumentali  e tetri saloni dei livelli superiori. Un artista ha ben rappresentato sulla parete accanto alla botola questo luogo: un gruppo di teste stilizzate con la bocca cucita, che sembrano essere risucchiate verso il basso e la scritta in viola LA SCALA DEL DIAVOLO. Già…se l’inferno esiste, deve avere un aspetto molto simile a questo. Appena di sotto, la luce che filtra dalle grate delle aperture poste al livello stradale a malapena illumina l’ambiente ed è necessaria una potente torcia per penetrare l'oscurità e procedere. I colori sono come spariti, qui è tutto avvolto in una inquietante scala di toni di grigio. Anche il pavimento non esiste, come se questo luogo fosse in qualche modo collegato con gli inferi. Appena si scende, la pavimentazione è costituita da una molle coltre di documenti sporchi e imputriditi, una collina di carta marcita dove si sono fusi centinaia di migliaia di documenti di ogni genere (medici, tecnici etc.). Poi diventa tutto una distesa di mota, una colata di nero fango che deve aver invaso in grande quantità i sotterranei solidificandosi. L’aspetto è quello delle piane desertiche dove la terra giallastra e arida per la siccità permanente si è indurita crepandosi, solo che è di consistenza gommosa e di colore grigio scuro. Qui sotto si incontrano gli oggetti più strani. Ci sono diversi pesanti carrelli di ferro con dentro varia documentazione. In uno di essi ci sono referti riguardanti aborti terapeutici. Un letto vuoto, senza materasso né lenzuola, illuminato in maniera radente dalla grata sul livello stradale, conferisce un aspetto sinistro a questo primo ambiente. Questa stanza immette in altre e poi altre ed altre ancora, insieme a teorie di stretti e bui corridoi ed angoli ingombri di letti, armadietti e suppellettili varie chiusi con dei cancelli a rete. È un dedalo oscuro che sembra senza fine. Ne abbiamo percorso solo un centinaio di metri e ci è sembrato di essere persi sulla superficie buia della luna. Sul nostro cammino abbiamo incontrato oggetti più o meno riconoscibili: un grande trapano da officina; una sorta di piccolo trattore in parte affondato nel fango poi solidificatosi, che forse trainava i pesanti carrelli che abbiamo visto; un’auto scala dei vigili del fuoco di legno, forse trainata da animali, di inizio secolo scorso; un’Apecar gialla con la scritta USL 4 Parma; una vecchia sega circolare; alcuni vecchi tavoli da lavoro con la morsa; tantissimi letti accatastati in disordine. Abbiamo incontrato anche oggetti di cui non abbiamo riconosciuto la natura, come una arrugginita e lercia struttura di ferro e lamine. Su uno scaffale di ferro arrugginito c’è un solitario flacone rotto di un medicinale a base di Belladonna, una pianta utilizzata in medicina, in particolare per il morbo di Parkinson, che in dosi errate è altamente velenosa. Sarebbe bello avere la piantina di questi sotterranei per capire dove vanno, se hanno un inizio ed una fine come tutti i luoghi di questo mondo. Se di sopra ci si perde con grande facilità, qui sotto smarrire la strada è una solida certezza. 

I SOTTERRANEI


IL MAGAZZINO VESTIARIO

 

L'AREA CONVENTUALE

LE STANZE DEL DIRETTORE

L'OBITORIO


 

 

Notizie storiche ed il video "matti da slegare": Fondazione Mario Tommasini

L'esplorazione è stata fatta per un tempo davvero breve, nel rispetto dei luoghi e degli eventuali cartelli di divieto presenti. Nessuna intrusione in luoghi protetti da chiusure, barriere, cancelli o in presenza di divieti è stata fatta. Nulla è stato toccato e/o prelevato. 

IL PRESENTE ARTICOLO NON COSTITUISCE IN NESSUN MODO UN INVITO O UN INCORAGGIAMENTO ALL'ESPLORAZIONE. I LUOGHI SONO FATISCENTI E PERICOLOSI. CHI LO FACESSE, SE NE ASSUME OGNI CONSAPEVOLE RISCHIO. AD OGNI BUON CONTO RICORDATE SEMPRE LA REGOLA "LEAVE ONLY FOOTPRINTS AND TAKE ONLY PHOTOS", LASCIATE SOLO IMPRONTE E NON PRENDETE NULLA SE NON IMMAGINI.

 

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